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Nell’ultimo fine settimana m’è preso un attimo di vera ribellione: alla faccia della tensione, delle sirene, e delle notizie che non fanno che peggiorare. Ho preso la sacca e sono scesa in spiaggia. Sulla porta il dubbio: ok la spiaggia, ma dove? Dove si va a fare un bagno, abbastanza vicini a un luogo sicuro?

E subito addìo alla libertà: anche il momento di ribellione dipende dalla realtà assurda che ci portiamo dietro da settimane (e paiono mesi). Per fortuna, Tel Aviv è dotata di una fila di hotel sulla spiaggia, scoordinati e cacofonici quanto si vuole, ma parecchio vicini all’acqua. Ho fatto due conti e ho scelto il mio punto perfetto. Un po’ di onde, nessuna medusa, pochissima gente, e zero matkot (racchettoni). Insomma il paradiso.

Il paradiso, a parte appunto il numero risicato di bagnanti, surreale in un weekend di metà luglio. E gli aerei da guerra che passavano proprio sopra il mio asciugamano e quasi potevo vederne l’ombra. E il pensiero latente che se la sirena suona devo afferrare la sacca e lasciare l’asciugamano, che non ha senso perdere un secondo prezioso per raccoglierlo. E il giornale del weekend nelle mani, errore originale dato dall’abitudine, con tutte le fotografie e i commenti sulla decisione di entrare in Gaza, e relativi rischi.

Il paradiso, certo; a parte la consapevolezza che mentre io mi prendevo due ore di sole dopo la lunga e tesa settimana all’ombra dell’ufficio e le serate con gli occhi appiccicati alla televisione, i nostri erano già entrati in Gaza a far saltare i tunnel di Hamas. E non esiste guerra senza che cadano soldati, per quanto ben armati e addestrati.

Viviamo in un tempo sospeso, fra il paradiso qui a portata di mano, e la realtà che oscilla in un limbo di immagini più o meno insopportabili, a seconda del volume del notiziario, dell’ora del giorno, e della conta dei caduti, tristemente già iniziata.

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Publicato in Pagine Ebraiche 24, 21 luglio 2014 – moked.it/unione_informa/140721/140721.html

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La notte del 9 luglio 2006 ero a Torino, e pareva che in Germania contro la Francia avessimo vinto una guerra, non una partita di calcio. La testata di Zidane che abbattè Materazzi, i rigori come al solito roulette russa di ogni calciatore.
Il 10 luglio, ancora rintronata dai cori da stadio per le strade, salivo su di un aereo diretto al Ben Gurion Airport con davanti esattamente sei settimane di pseudo-vacanza: lunghe mattine al Beit Ha’Am a Gerusalemme a studiare ebraico, e i pomeriggi a valutare se questo paese stranamente famigliare avrebbe potuto diventare casa mia.
Neanche il tempo di sistemarmi, e il 12 luglio sono partita per Haifa a trovare amici italiani immigrati da poco. Che l’aria in Israele fosse tesa mi era chiaro già dalle news italiane, ma quando si parte per Israele serve un puon peso di fatalismo. L’autobus, un Egged verde fuori e dentro, e pieno di soldati in uniforme. Alle 18:00 l’autista alza il volume per far sentire a tutti le notizie. Silenzio teso. Simultaneamente succedono tre cose: il mio cellulare con scheda israeliana smette di avere ricezione; la radio pronuncia solo due parole a me comprensibili in mezzo all’ebraico allora ignoto ed ostico “Haifa” e “Katiusha”; e entriamo in Haifa.
Quella stessa notte, dopo aver constatato che il rifugio del palazzo non era agibile, siamo ripartiti verso Gerusalemme, dove per fortuna ero ospite in un appartamento grande abbastanza per me più una famiglia con due bambini. Durante tutta quell’estate israeliana, la mia prima, e la mia prima guerra, Gerusalemme è rimasta fuori dai combattimenti, riempiendosi come un uovo di israeliani del nord e del sud che cercavano calma e silenzio.
Mentre scrivo, si gioca la finale del mondiale del 2014, otto anni dopo. La guerra stavolta è iniziata da sud, ed è con noi da una settimana. Tre cose per me oggi sono diverse: sono israeliana, sono sotto il fuoco nemico, e vedo le news locali in diretta e senza traduzioni.
Certo, in pace è meglio. Ma comunque meglio qui che altrove.

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Pubblicato su Parine Ebraiche 24 il 14 luglio 2014 – http://moked.it/unione_informa/140714/140714.html
(e sembra un mese fa)

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Riporto qui sotto senza alcun editing i miei post su FB dell’ultima settimana. Mi piacerebbe poter dire che sono gli ultimi, che anche questa guerra, la quarta dal 2005, dal ritiro israeliano da Gaza, è finita. Non lo è, e potrebbe facilmente non essere neanche l’ultima, se le due parti non decideranno di cambiare sostanzialmente le regole del gioco. Per ora questi sono otto giorni di guerra, nel luglio del 2014.

7 luglio
Over 100 rockets hit Israel (not strictly the South) in one day.
That means sirens sounding, people suddenly running for cover, panic or habit depending on where. Parents worried to tears about their children in summer school. Children with way too quiet and open eyes. In brief: NOT LIFE.

8 luglio
Siren in Tel Aviv.
Ok, they really need to clean the stairs of my office building!!!
(everything all right)

8 luglio
If the siren sounds another time, I will throw one of my HUG parties.
Stay tuned.
We fight terrorism by meeting in safe places and staying together.
Nobody arrives or leaves without multiple hugs.

8 luglio
It is already happening.
I lost the ability to listen to or watch the news, and focus.
I have 97% memory loss about anything on radio or tv about the war.

8 luglio
minchia signor tenente
(questi arrivano a Gerusalemme e Kfar Saba – altro che Tel Aviv)

8 luglio
uno – dormire con la finestra aperta per sentire la sirena se suona
due – mettere il pigiama il più tardi possibile che mica tutti i vicini devono vedere se ha i fiorellini o i cuoricini
tre – cellulare sempre in carica, sia mai che devo stare tanto al riparo
quattro – borsa con acqua cracker mandorle e fazzoletti accanto alla porta
cinque – doccia superveloce che neanche in campeggio, sia mai che la sirena suoni proprio fra shampoo e balsamo
sei – stendere il bucato in casa sullo stendino invece che sui fili fuori
sette – decidere dove andare a cena o dopocena in base alla presenza di un rifugio (netta preferenza per i seminterrati)
otto – ringraziare il cielo per aver abbandonato il turismo, che domani sarei disoccupata
nove – tenere il conto degli amici che vengono richiamati (cèlo/manca)
dieci – decidermi a leggere davvero qualche Tehillim (Salmi) che non farà mica male

9 luglio
And good morning to you as well, Hamas! You were worried I might be late for work? Alarm at 08:30!?
(And I have to meet all the neighbours before make-up??)

9 luglio
Partono i nostri giovani. Anche i medio-giovani, alle volte.
Che dio li protegga, e se non lui, almeno l’Iron Dome.

10 luglio
And thank you again Hamas for marking our morning. This time you caught me in the shower, an experience I was missing until today.

11 luglio
Vorrei che una cosa fosse ben chiara a tutti, ma proprio a tutti, specie a tutti quelli che leggono questa guerra nei giornali italiani: Hamas ha voluto, pianificato e messo in atto la guerra freddamente e sapendo che solo causando la morte dei cittadini di Gaza avrebbe ottenuto di nuovo l’ascolto della comunità internazionale.
Civili muoiono perchè Hamas mette sotto le loro case armi e punti di lancio dei missili verso Israele. Hamas è la causa prima di ciascuno dei morti di questi giorni. L’unica salvezza dei cittadini di Gaza sta nel ribellarsi al potere marcio e corrotto di Hamas.

11 luglio
Every ambulance passing by can be the beginning of the siren sound.
Every sudden noise can be the boom of Iron Dome intercepting a missile.
Every new message can be another friend wearing the uniform again.

Daniela Fubini shared a link via pagine ebraiche.
11 luglio
Postate, parlate, scrivete, non fermatevi.
Ci sarà sempre qualcuno che ci attaccherà, e questo ci ha mai fermato? No. Non lasciamo che il lato comodo del giornalismo e di certe posizioni politiche ci tolgano la parola.

12 luglio
Caught by the siren on my way to dinner last night.
I quickly walked inside a random building (all doors on the streets are open these days), and stood there between floors 1 and 2, with complete strangers, chatting about the booms and wishing for a quiet continuation of shabbat.
Life in Tel Aviv, during a completely surreal war.

12 luglio
2 minutes to Hamas’ strike to Tel Aviv.
And I wanted to catch a movie tonight, to take my mind off the war……

12 luglio
Hamas said they would strike Tel Aviv at 21:00, and did. 2 sirens back to back, lots of quite close BOOMs in the sky.
My entire building gathering in the stairwell, Israelis from zero to 90 years old. Some clearly scared, some annoyed, some cynical. One girl proposed that next time we know it in advance, we should cut watermelon and bring it to the gathering. I countered that in 6.5 years in Israel I didn’t have time to learn how to play sheshbesh, please bring one out next time ok?
We went back to our apartments, waiting to see if it will be the last time we meet for tonight.

12 luglio
100% ADHD – I am completely unable to focus on anything.
ADHD is supposedly a kids thing.Thanks Hamas for making me feel very young.

12 luglio
Da questa settimana l’espressione “no gò tempo, son ciapà coe bombe” ha assunto un significato tutto nuovo e molto letterale.
(gli amici veneti e veneziani capiranno, gli altri: ciccia!)

12 luglio
And now the classical dilemma…
To wear my pajamas already? To take off the remaining make up?
Or better to wait a little longer and still be presentable during the next siren meeting with the neighbours?

13 luglio
I am sorry for the too many killed and for their families, I really am.
At the same time, my country, my city, my home are currently under fire.
Hamas have succeeded in changing our lives and now it creates a serious danger to our economy. Hundred of thousands of people cannot work in the South: too busy keeping their children safe. The tourism sector might crash, like every time we have a “matzav” (situation). Cinemas and theatres are already half empty, many summer activities for children have been interrupted. Parents have a real problem in getting to work at all.
The crisis will touch everybody living on this land, without distinction of nationality, religion or culture – just like Hamas rockets, hitting Hevron and Bethlehem as well as targets in Israel.
We will not let Hamas kill us. We cannot let Hamas bankrupt us.
We must stop them, for the good of everyone in the region. — in Tel Aviv.

13 luglio
A Gaza quello che ci vuole è una rivoluzione. Una bella rivoluzione in vecchio stile, con le barricate e tutto. Studenti e lavoratori (attualmente ancora più disoccupati di prima), devono prendere il potere, con le buone o al limite con le cattive. Cacciare l’oppressore, che da mo’ non è più Israele (ritiratosi nel lontano 2005), ma Hamas. Hackerare i siti, liberare le radio e fare il cessate il fuoco da soli con Israele.
Hamas ha i metodi del classico oppressore, ma armi da guerra.
Chi non è con loro è contro di loro, e muore. Chi è con loro muore lo stesso perchè non abbandona le case quando Israele bombarda.
Gli abitanti di Gaza non hanno alcuna speranza di vivere una vita decente se non fanno un passo verso la propria libertà. Cominciano ad esserci segnali, ma non basta un manifesto anonimo. Ci vuole il popolo.

13 luglio
Petrified by the images from Paris. Not surprised, though.

My people out there: we are under rockets but we have the Iron Dome.
I hope that something as powerful will protect you all by attacks of haters.

13 luglio
Sta cosa che Hamas non spara missili durante le partite dei mondiali è patetica.
E comunque, con stasera finisce anche questa certezza.

14 luglio
Morning meeting at 37th floor. Despite Hamas, the show must go on!
Appuntamento al trentasettesimo piano. Alla faccia di Hamas qua si continua a lavorare!

14 luglio
C’è la guerra, quindi se mi viene voglia di patatine alle tre del pomeriggio, scendo un attimo e me le compero.
C’è la guerra, quindi se ho fatto programmi per la sera ma non ho voglia di uscire, disdico.
C’è la guerra, quindi il cellulare fa bling ogni due-tre minuti, ogni volta che parte una sirena da qualche parte in Israele.
C’è la guerra, quindi gli amici che sono all’estero per lavoro o vacanza stanno malissimo per esser lontani, e dicono di non veder l’ora di rientrare.
C’è la guerra, quindi ogni programma alla televisione è sostituito da notizie senza fine, a ogni ora.
C’è la guerra, quindi come al solito gli amici non ebrei o si fan vivi oppure lo so, da che parte stanno.
C’è la guerra, quindi bisogna stare da una parte e non dall’altra. Salvo noi, che ci siamo dentro fino al collo e non abbiamo davvero scelta.
C’è la guerra, quindi ogni sirena che suona si va ordinati nel vano scale e si aspettano i BOOM delle intercettazioni.
C’è la guerra, quindi ho smesso di essere quasi vegetariana, e mangio quantitativi di carne incompatibili con la mia massa corporea.
C’è la guerra, quindi inspiegabilmente non ingrasso anche se mangio ogni schifezza possibile.
C’è la guerra, quindi son caduti pezzi di missile a tre metri dall’entrata dell’asilo dei figli di miei amici.
C’è la guerra, quindi i giornali online di fuori da Israele li apro solo la sera quando sono troppo stanca per incazzarmi.
C’è la guerra, quindi un sacco di amici e colleghi sono in qualche posto noto o segreto, a sudare dentro l’uniforme verde.
C’è la guerra, quindi in fila al supermercato sono tutti isterici come sempre, ma si contengono.
C’è la guerra, quindi sorrido ad ogni bambino che vedo, anche quelli con l’aria antipatica e la mamma scostante.
C’è la guerra, quindi c’è gente che muore e avrebbe potuto vivere.
C’è la guerra, quindi non ho pazienza per niente che non sia fondamentale.
C’è la guerra, e io spero davvero che per qualche miracolo sia l’ultima.

15 luglio
Are Hamas leaders out of their mind?
An opportunity for cease-fire raises from nowhere (honestly, Egypt IS nowhere, these days) and they say no sorry, we weren’t asked directly, therefore we don’t agree. Perfect logic for a kindergarten party you were not invited to. Good job, Hamas.
So, not only you don’t want the cease-fire, you have been raining missiles all over Israel, all day long. Result? At the end of the day, more people in Gaza will die, while we try to take out the Hamas rockets and terrorist.
So, are Hamas leaders out of their mind? No, if their goal is to get as many civilians in Gaza killed. And it clearly is.
Good job Hamas. You won.

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