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A New York basta alzare gli occhi e guardare la cima dell’Empire State Building per sapere se è un giorno speciale: rosa per la ricerca sul cancro, rosso bianco e blu per le feste nazionali americane, ma anche arancione per la World Food Bank, oppure del colore scelto da un innamorato sufficentemente ricco da fare la richiesta di colore privato per un anniversario importante.
Noi a Tel Aviv siamo arrivati parecchio dopo, e non abbiamo un colossale Empire da colorare a piacimento, ma abbiamo il palazzo della Yirià (Municipio) in pieno centro, su Kikar Rabin. Palazzo che se chiedete a qualunque telavivese anche entusiasta, anche appena sbarcato e quindi ancora in piena luna di miele con la città, è normalmente poco amato, se non del tutto ignorato. Vuoi mettere contro le svettanti tre torri di Azrieli? O con i bianchi cubetti Bauhaus che si stanno ristrutturando a effetto domino in tutta Tel Aviv? E anche io, che amo molto la Kikar per la centralità e socialità che rappresenta, trovo che la Yirià sia di una bruttezza rara, con tutto che è stata costruita nel 1964 e si pensi a quali orrori si costruivano in quegli anni in Italia, per dire.
Però ditemi voi dove altro nel mondo è il palazzo stesso del municipio (non uno schermo, non una scritta applicata) ad augurarmi buon anno, Shanà Tovà, e a disegnare una mela rossa con tanto di picciolo verde in cima. Eh, mica poco.
Da questa primavera, colorando i quadratini che incorniciano le finestre del palazzo, la Yirià marca ogni evento: una candela per Yom HaZikaron, giallo-blù per la vittoria del Maccabi agli Europei di basket, scritte beneauguranti durante la guerra, e adesso, l’augurio di buon anno. L’umile cittadino si domanderebbe magari quanto gli costa quella mela rossa cubitale, ma non roviniamo la magia e lasciamo che il sindaco ci faccia i suoi – probabilmente cari – auguri.

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La stagione delle meduse è finita da un pezzo, anche se quest’anno nessuno l’ha notata siccome ha corrisposto quasi interamente con la guerra. I turisti, anche quelli che alla fine erano arrivati durante questa estate di sirene e soldati al fronte, sono ripartiti. L’acqua, sulle spiagge chiare di Tel Aviv, è ritornata limpida e si fa il bagno in mezzo ai pesci. Le scuole sono ricominciate. Stiamo tracimando verso la stagione della feste ebraiche e pochi parlano ancora dell’estate passata: sabato è perfino arrivata la pioggia, al Nord, a segnare la fine di una stagione e l’inizio di una cosa nuova. Forse non ancora l’autunno, ma qualcosa che ci distacca in modo naturale dall’estate del 2014, che qui nessuno rimpiangerà.

Intanto, il ministero del Turismo, uno dei settori più pesantemente colpiti, già da metà agosto tartassa i cittadini israeliani con una campagna strappalacrime in cui famiglie fanno da testimonial del turismo interno, cosa quasi del tutto sconosciuta all’israeliano medio, per il quale “vacanza uguale aereo”, uguale “uscire da Israele per ovunque”, basta che si debba prendere un aereo, appunto. Fanno quasi tenerezza, le famigliole riprese in luoghi ridenti del Nord (ovvio, adesso non esageriamo, il Sud del paese non è esattamente vendibile come prodotto turistico), che dicono “dafka adesso, siamo venuti qui a goderci le attività per i bambini, la piscina, eccetera”.

In quel “dafka”, sta tutta la filosofia della campagna: vuol dire “proprio”, quindi “proprio adesso”, ma anche “apposta”, per esprimere il fare una cosa di proposito. Senza il “dafka”, diciamolo chiaramente, non si capisce nulla della società israeliana. È la “microribellione” allo status quo, l’espressione di una libertà profonda, puerile, anarchica.
Israele stessa in senso lato, politicamente e filosoficamente, è “dafka”.

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Pubblicato su Pagine Ebriche 24 - http://moked.it/unione_informa/140908/140908.html

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Per fortuna è iniziato Elul. Qualcuno di più integralmente religioso di me direbbe: ma è ovvio. Elul è il mese dell’esame di coscienza, i buoni ebrei si preparano ai dieci “giorni terribili” fra l’inizio dell’anno nuovo e il giudizio universale con la”u” minuscola, quello di Yom Kippur che cade fra i festeggiamenti dell’anno nuovo e il vero nuovo inizio. Quindi è perfettamente logico che sia adesso, con la nuova luna di Elul, che è finita la guerra.
Non credo che i terroristi di Hamas seguano il calendario ebraico, e a pensarci bene so molto poco del calendario islamico, e me ne faccio una colpa. Possibile non sapere come divide il tempo su questa terra una cultura di cui oltre un milione e mezzo di individui vive in mezzo a Israele? L’unica cosa evidente è che il Ramadan cade ogni anno in un momento diverso, con oscillazioni ben più forti delle nostre feste ebraiche che danno dal più al meno l’addio all’estate.
Mentre mi riprometto di fare un salto su wiki e imparare i dettagli dei calendari altrui, il mio di calendario ha già dettato uno di quei momenti di tipico smarrimento, quando nell’ultimo weekend al supermercato ho trovato tutto pronto per organizzare la cena di Rosh haShanah. Miele e mele, preparati per torte, offerte su vini e pacchi regalo confezionati, batterie di pentole e set di piatti e posate. Tutto per le Feste, a un mese esatto dal gong. Lo so che gli americani hanno inventato gli sconti da rapina del giorno dopo Thanksgiving per invogliare il consumatore a spendere e spandere da lì dritto fino a Natale. Ma noi dobbiamo proprio cominciare il primo Elul a comperare qualsiasi cosa perchè non finiscano le scorte troppo vicino alle feste?
Non so, ma anche su queso un minimo di esame di coscienza prima della fine dell’anno si potrebbe fare. Sul resto, e cioè se questa guerra l’abbiamo vinta o persa, e quanto ci è costata, e cosa fare perchè non inizi presto la prossima, meditiamo. Prima vittima possibile: Bibi. Avanti il prossimo.

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