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Da inizio maggio i cartelloni pubblicitari in città e in autostrada sono letteralmente presi d’assalto da Gad, Tnuva e tutti i produttori di latticini del paese. Si avvicina Shavuot, festa nella quale è uso mangiare di latte – l’opposto di ogni altra festa e di ogni shabbat dell’anno. Nei supermercati impazzano gli sconti su tutti i latticini, e molti prodotti vengono venduti con allegate ricette. Come dire: visto che non si cucina mai di latte, ecco qualche suggerimento.

Vivere in Israele significa anche resettare il calendario. E acquisirne uno tutto nuovo; perchè è vero che tutti anche in diaspora sanno quando viene Rosh HaShana (Capodanno religioso), e Pesach (Pasqua Ebraica). Ma tanto per capirci qui dopo le feste autunnali si segna il capomese di Cheshvan (ottobre-novembre) dicendo poverino, è un mese senza Chag, senza festa!

Infatti, ci stai ancora a pensare che già arriva il mese di Kislev e porta le luci di Channukkà, le pubblicità di olio per fare le frittelle migliori, e le vacanze invernali delle scuole. Meno di un mese e già tutti a piantare alberelli a Tu Bi-Shvat e a fare offerte per il KKL; ti volti e arriva Purim: travestimenti e festival in tutta Israele. Da Purim a Pesach è un soffio: lo sa ogni buon ebreo che le pulizie non si iniziano mai troppo presto, ma qui si è bombardati dalle pubblicità degli imbianchini, perchè tutti danno il bianco prima di Pesach; dagli sconti sugli elettrodomestici, perché tutti comperano aspirapolvere e lavatrici nuove prima di Pesach; e da offerte 3×2 ai supermercati, azzime e biscotti kasher per Pesach che poi non li finisci prima di luglio.

Appena finito di mangiare azzime partono le pubblicità di diete post-abbuffate, e subito è già il turno della micidiale triade delle lacrime: Yom HaShoah, Yom HaZikaron e Yom HaAtzmaut – che per fortuna finisce in festa grande: barbecue nei parchi e nei terrazzi, e relativa impennata nelle vendite di sedie da giardino e di carne da hamburger. Poi, come adesso, tempo di riprendersi ed è già passato anche Lag Baomer (e i falò hanno bruciato mezza Israele con buona pace del KKL di cui sopra), e siamo a un passo dalla indigestione di latticini di Shavuot.

Insomma un tour de force: fermate il calendario, voglio scendere.

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Pubblicato il 13/5/13 su “l’Unione informa”- Moked, il portale dell’ebraismo italiano http://www.moked.it/unione_informa/130513/130513.html

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Regola aurea per chiunque lasci un Paese per stabilirsi in un altro. Regola di platino se il Paese di immigrazione è Israele. Non importa quanto voluta, ideologica, impellente sia stata l’aliyah, la “salita” in Israele: paragonare dettagli della vita qui a quelli di qualunque altra vita precedente è naturale, quanto sconsigliabile.

Vero: certe mattine mi mancano le macine del mulino bianco, o le fette biscottate, prodotti qui assenti dall’immaginario collettivo, figurarsi dai supermercati. L’olè chadash che trova, e in fretta, dei biscotti buoni almeno al minimo sindacale per superare la prima colazione e passa oltre, apre una porta alla felicità. Quello che si ostina, e ripete senza sosta agli amici che come il mulino bianco non ce n’è, si condanna ad un limbo di nostalgia, tossica quanto i pensieri che si dedicano agli ex.

Poi va bene, il contrabbando spiccio di marron glacé e altre prelibatezze soprattutto stagionali è del tutto legittimo. Perché è stagionale, appunto. Il kvetch (yiddish per “lamento”) di routine invece, è come l’acqua cheta che rovina i ponti. Ne sono specialisti inglesi e francesi, ma anche noi italiani non scherziamo. I formaggi stagionati che non ci sono, le maniere non proprio da galateo, il chamsin che toglie il fiato, le strade mai abbastanza pulite, i guidatori avventati e aggressivi.

Esercizi quotidiani di non-paragone: salendo sull’autobus si saluta l’autista, che risponde, e quando sale una madre con due bambini piccoli non ci si scompone se ne mette uno in braccio alla signora più vicina mentre paga la corsa. Al supermercato si scambiano ricette con la cassiera. Ogni tanto la pausa pranzo si può fare in spiaggia, tanto in ufficio nessuno farà caso alla sabbia chiara attaccata ai sandali. Il nuovo aiuto parrucchiere propone uno shidduch ancora prima di sapere se sono libera. Il barista del bar dell’angolo sbaglia clamorosamente il mio caffè ogni giorno, e sorride. Macchiato: non cappuccino; eddài, te l’ho spiegato ieri, e l’altro ieri, e il giorno prima.

Per fortuna il caffè è italiano e lo fa con una Favorita. Davvero, paragonare è sconsigliabile.

(Pubblicato il 6/5/13 su “l’Unione informa”- Moked, il portale dell’ebraismo italiano: http://www.moked.it/unione_informa/130506/130506.html )

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Il paradiso in terra

Il paradiso in terra ha un nome, anzi due, come molti luoghi in Israele.

Ci sono arrivata dopo una gita sotto il sole cocente di inizio marzo, con un gruppo di variegati olim (nuovi immigrati) dell’Ulpan Etzion. Avevamo dormito in ostello, visitato archeologia, mangiato all’israeliana panini e insalate alle 10 del mattino (voglio il mio croissant!!), avevamo risalito il Golan, scalato un vecchio avamposto, guardato oltre il confine siriano, eravamo ridiscesi tutti beige di terra dalla testa ai piedi.

Gan3

Il passaggio del cancello a Sachne, o Gan HaShlosha è coinciso con la consapevolezza che stavamo entrando in paradiso.

Sfido chiunque ci sia stato in un giorno feriale a contraddirmi. Il verde intenso dei cipressi e degli eucalipti, i laghi di acqua azzurra e trasparente fino al fondo, pietre bianche tutto intorno, brezzolina leggera.

Nel weekend invece, il tutto è un tappeto di umanità vociante, barbecue e radio a tutto volume: com’è facile trasformare il paradiso in inferno. Basta aggiungere persone.

Dunque è stato un batter d’occhio: tutti in acqua chi vestito chi in costume, a ripulirci della terra e a perdere per qualche minuto il peso del corpo, galleggiando alla deriva, liberi e rinfrescati, sapendo che le cascate erano protette da una fila di pietroni.

Fosse sempre così, la vita.

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