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Per fortuna è iniziato Elul. Qualcuno di più integralmente religioso di me direbbe: ma è ovvio. Elul è il mese dell’esame di coscienza, i buoni ebrei si preparano ai dieci “giorni terribili” fra l’inizio dell’anno nuovo e il giudizio universale con la”u” minuscola, quello di Yom Kippur che cade fra i festeggiamenti dell’anno nuovo e il vero nuovo inizio. Quindi è perfettamente logico che sia adesso, con la nuova luna di Elul, che è finita la guerra.
Non credo che i terroristi di Hamas seguano il calendario ebraico, e a pensarci bene so molto poco del calendario islamico, e me ne faccio una colpa. Possibile non sapere come divide il tempo su questa terra una cultura di cui oltre un milione e mezzo di individui vive in mezzo a Israele? L’unica cosa evidente è che il Ramadan cade ogni anno in un momento diverso, con oscillazioni ben più forti delle nostre feste ebraiche che danno dal più al meno l’addio all’estate.
Mentre mi riprometto di fare un salto su wiki e imparare i dettagli dei calendari altrui, il mio di calendario ha già dettato uno di quei momenti di tipico smarrimento, quando nell’ultimo weekend al supermercato ho trovato tutto pronto per organizzare la cena di Rosh haShanah. Miele e mele, preparati per torte, offerte su vini e pacchi regalo confezionati, batterie di pentole e set di piatti e posate. Tutto per le Feste, a un mese esatto dal gong. Lo so che gli americani hanno inventato gli sconti da rapina del giorno dopo Thanksgiving per invogliare il consumatore a spendere e spandere da lì dritto fino a Natale. Ma noi dobbiamo proprio cominciare il primo Elul a comperare qualsiasi cosa perchè non finiscano le scorte troppo vicino alle feste?
Non so, ma anche su queso un minimo di esame di coscienza prima della fine dell’anno si potrebbe fare. Sul resto, e cioè se questa guerra l’abbiamo vinta o persa, e quanto ci è costata, e cosa fare perchè non inizi presto la prossima, meditiamo. Prima vittima possibile: Bibi. Avanti il prossimo.

-Pubblicato su Pagine Ebraiche 24 : http://moked.it/blog/2014/09/01/oltremare-nuovo-mese/#sthash.ZS4h18a3.dpuf

Se Cesare faceva le campagne d’estate un motivo c’era, e se Napoleone è stato sconfitto dal Generale Inverno, anche. Questa guerra (sfido qualunque politico israeliano a continuare a chiamarla “operazione” per salvare il bilancio e la faccia) avrebbe dovuto iniziare e finire durante l’estate. Il fatto che continui, salvo interventi salvifici di qualche genio della strategia diplomatica che non sembra essere ancora nato, è gravissimo e impatta sulle nostre vite, sui nostri nervi e adesso anche sulla capacità del paese di mantenere una normalità, perlomeno lavorativa.

Non solo il dopoguerra è durato una manciata di giorni, ma il ritorno dei missili minaccia adesso direttamente il sistema scolastico e con lui milioni di genitori, che devono trovare il sistema di lavorare anche se i figli non andassero a scuola il primo settembre. Dall’esterno può sembrare una questione triviale: che differenza fa se le sirene suonano e i missili di Hamas cadono in luglio, agosto o settembre? O in che mese tutto il sud di Israele prende in considerazione di migrare verso nord lasciando kibbutzim e moshavim, paesi e città assolutamente israeliane che nessuno ha mai messo in discussione dal punto di vista della diplomazia politica.

Già il fatto che molte attività per i bambini sono state cancellate durante agosto ha fatto danni a molte famiglie, dove i genitori hanno dovuto a turno prendere vacanze per occuparsi dei figli. E si sa, che in Israele tutti abbiamo ben pochi giorni di ferie. Se, come si minaccia questa settimana, l’anno scolastico dovesse non iniziare finché la guerra non finirà, perché non tutte le scuole hanno i rifugi antimissile, il conto dei lavori perduti potrebbe arrivare a numeri allarmanti.

Si comincia a parlare apertamente di recessione, si ritorna con la memoria ai primi anni 2000, quando la seconda intifada faceva esplodere assassini in luoghi pieni di civili israeliani, e l’economia crollava senza rete. Non ci siamo ancora, ma ci sono sempre meno appigli sul piano inclinato sul quale questa guerra ci fa scivolare: il morale e l’economia, si sa, vanno a braccetto. Uno dei due deve essere messo in salvo e subito.

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My theory is simple: Israel is a drug. Once you start taking it, your judgement over reality and manners is twisted forever. When moving to Israel, it’s best to embrace this new status soon, and the new life will become a chain of pleasant surprises, with some puzzling moments easily past with a shrug and a “lo nora” (it doesn’t matter).

People like me, the Olim Chadashim or new immigrants, have layers of stories, languages, lives lived on various shores of Oceans or of the Mediterranean sea. When we settle in Israel, some of us become over-critical and poisonous; others embrace a brand new “Zen” take on life and traffic jams. I most often belong to this second type, and when I slip into the annoying first type I am grateful to the ones who make me notice, so I can instantly re-focus and get back to the bright side of life. Life as an Israeli.

People like me, have made a choice: here and not there. Israel, and not elsewhere. It seems obvious, and almost all the time is it: except when we are at war, like now. Now it’s the time of the social networks fury, when most of us live a double life: working during the day, writing and posting at night. It is exhausting, but we all do it, in all the available languages. If we could win a war based on the amount of energy we put into responding to infuriating, anti-Semitic or idiotic posts, we would never need an army on the ground again.

And so it goes, the People of the Book have become the People of the Post. I am proudly one of the many new Israelis living the double life, in the hope that our own experience translates well in the short Tweets or superficial Facebook lines. And if Israel is a drug, I am happy to be one of the many dealers. At your service.

*Daniela Fubini lives and writes in Tel Aviv, where she arrived in 2008 from Turin via New York. Follow her on Twitter, @d_fubini

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