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Il semaforo passa al rosso e mi fermo, ritorno indietro di qualche passo per mettermi all’ombra, che anche quel minuto di sole (anche alle nove del mattino) si può ben evitare in questa estate che ci ha arrostito anche la pazienza. Dalla nuova angolatura, mi entra nel campo visivo dell’angolo dell’occhio destro qualcosa che potrebbe essere una lontana bandiera italiana e quindi metto a fuoco e resto a bocca aperta lì, in mezzo alla strada, per un quarto di secondo di troppo – finché le persone si girano a guardare che cosa mi ha trasformata in una statua di sale.
La bandiera non è italiana, ha solo i colori del tricolore, ma è la bandiera iraniana. Cubitale. Su di un gigantesco sfondo bianco, con accanto una bandiera israeliana, e sopra la scritta “In questo palazzo, prossima apertura: l’Ambasciata iraniana”. Sei piani interi, tetto incluso, di un palazzo arrotondato che fa angolo con la centralissima Kikar Rabin, su Frishman – la strada che porta plotoni di francesi fino alla spiaggia giorno e notte.
Non so ancora spiegare questo maxicartellone pubblicitario, perché non ho capito che cosa dovrebbe pubblicizzare, ma ho fiducia che fra pochissimo tempo lo scoprirò. Però questo brivido di totale surrealismo politico, piantato in mezzo al cuore della Tel Aviv frenetica e lavoratrice, mi ha prodotto una dolorosa nostalgia per Peter Sellers. No, non ho preso un colpo di sole. Una delle più fondamentali interpretazioni di Peter Sellers è stata quella in “Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”.
Quel titolo mi torna in testa come un mantra in questi giorni, quando ex politici fanno dichiarazioni quantomeno fuori luogo su quando e come Bibi avrebbe dovuto e potuto sganciare bombe sull’Iran, e non lo ha poi fatto. Me lo immagino come nei film degli anni della guerra fredda, con la valigetta incatenata al polso, dite voi chi è schiavo di chi. Lui non lo so, noi abbiamo imparato a ignorare la bomba e ad amare Tel Aviv. A ciascuno il suo titolo.

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Pubblicato lunedi’ 24 agosto 2015 su PagineEbraiche 24 – http://moked.it/blog/2015/08/24/oltremare-dottor-stranamore/

“Medinat Tel Aviv” è la mia nuova colonna sul giornale storico “Kol HaItalkim”, la voce degli italiani d’Israele. Si chiama “Medinat Tel Aviv”, ovvero lo stato di Tel Aviv, con gentile autoirnonia, perchè noi telavivesi viviamo in un mondo tutto nostro che soprattutto chi abita a Gerusalemme guarda con un certo sospetto. E la comunità di ebrei italiani più nutrita è a Gerusalemme. Quindi, almeno in questo senso, quaggiù viviamo in periferia.

“Italia che passione”
Senza esser passati per almeno un anno a Gerusalemme, è ben difficile sentire la presenza degli Italkim in Israele. A meno di non andare nei kibbutzim del nord, dove alcuni Italkim sono diventati negli anni colonne portanti. O a meno di non sapere che c’è una mano italiana dietro a tutti i prodotti Made in Italy di una delle grandi catene di supermercati israeliani.
Quindi, all’arrivo in pianura a Tel Aviv, la presenza degli italkim storici si è limitata per me alla lettura dei nomi dal Libro della Memoria al Tempio di Ramat Gan – troppo lontano da poter frequentare a shabbat – e a visite al Beit Italia dell’Adei a Yafo – con o senza barbecue di Yom Hatzmaut.
A fare da contraltare a questa presenza rarefatta e in fondo generazionale, che si è giustamente ambientata ed israelianizzata lungo gli anni, c’è il trasporto con il quale i telavivesi esprimono il loro amore per l’Italia e per la lingua italiana. Scena tipica: al lavoro, in spiaggia, in posta, o in coda al supermercato, per una qualsiasi ragione mi si chiede da dove vengo, e io rispondo “Italia”. Non finisco di pronunciare la parola, arrivo si e no fino alla prima “a”, che già l’interlocutore comincia a profondersi in dichiarazioni di amore incondizionato per il mio paese d’origine e i suoi cibi meravigliosi, con tanto di enumerazione dei luoghi che ha visitato o vuole visitare al prossimo viaggio. Sembrerebbe che ogni telavivese sia stato in Italia dalle due alle cinque volte, o che stia per partire proprio fra pochi giorni, cosa mi consigli di vedere? Il cinquanta per cento delle volte il breve scambio termina con la richiesta di informazioni su insegnanti di italiano, dopo che ho detto che proprio no, io l’italiano non lo insegno.
Poi ci sono invece gli israeliani che hanno vissuto in Italia per lunghi periodi di tempo, spesso per studiare all’università, o quelli che senza esserci mai stati hanno imparato la lingua a casa, da genitori arrivati dalla Libia. E nella mia piccola Medinat Tel Aviv se voglio posso parlare in perfetto italiano con: il mio farmacista, il mio oculista, l’orologiaio che cita Battisti, diversi camerieri sulla Tayelet, un negoziante di vestiti, un numero allarmante di tassisti, il manager di un ristorante alla moda, il portiere dell’ufficio.
Poi certo che noi italiani di recente immigrazione ci sentiamo a casa, qui davanti al mare.

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Pubblicato sul “Kol HaItalkim” cartaceo, Anno XV n.58 Lug-Ago 2015 – Tamuz-Av 5775 
(si, esistono ancora giornali cartacei, giuro)

Per arrivare al Namal, al Porto di Tel Aviv che marca la fine della città verso nord ci sono due vie. O si cammina perpendicolari all’acqua fino a toccarla e poi si vira decisi verso destra, oppure si resta prudentemente sulla ciclabile fino al fresco Park Hayarkon, e arrivati al fiume si vira decisi verso sinistra. Chi mi conosce sa che la seconda opzione mi arride, in generale.
Quindi resto sulla pista ciclabile per quanto attualmente ingombrata di francesi che non sanno cosa sia una bicicletta e si mettono di traverso apposta e poi si agitano moltissimo quando gli si passa troppo vicini, e berciano insulti francofoni senza mai controllare di che nazionalità o composizione linguistica sia il ciclista. Nel mio caso, capisco gli insulti anche in marsigliese stretto ormai, e non rispondo perché resto una signora, io, anche d’estate a Tel Aviv.
Una volta arrivati al Namal, c’è chi deve subito spingersi fino a vedere il mare. Io, che so che il mare dal più al meno lo troverò anche l’indomani, amo ultimamente gironzolare in quello che al mio arrivo a Tel Aviv era un’accozzaglia di capannoni in larga parte abbandonati e strade sterrate, e oggi è un bel quartiere fatto di negozi e ristoranti. Stessi capannoni, marcati a numeri cubitali che nessuna Alice si possa perdere, ristrutturati e ripuliti. E fra gli edifici bassi e bianchi, strade larghe che anche a Tel Aviv sono rare, spiazzi inattesi qua e là, e parchi giochi su gomma (nel senso della pavimentazione) per bambini di ogni età. Sono spuntati come funghi. Fino a due anni fa ce n’era uno solo, abbandonato e scolorito in una radura che sembrava presa da un film di cowboy: mezzogiorno di fuoco moderno. Si è però riprodotto e ora è stato rinnovato, lui e la giustapposta palestra all’aperto. Perché i genitori portino i figli a giocare, e giochino un po’ anche loro.


Pubblicato il 17 agosto su Pagine Ebraiche 24 http://moked.it/blog/2015/08/17/oltremare-al-porto/#sthash.rrCGVV0p.dpuf

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