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Ogni ritorno si porta dietro buchi da riempire, storie lasciate a metà che cercano se non un lieto fine almeno un capitolo nuovo.
I ritorni più belli, invece, sono quelli dei buoni amici, che riprendono da dove si erano interrotti un’ora o dieci anni fa, senza perdere il filo e la pazienza. Come non si fossero mai fermati. Dunque rieccomi, e in due lingue.
Al settimanale “Oltremare” – ogni lunedì su http://www.moked.it – si è aggiunto da agosto il “Double Life”, mensile in inglese.

Oltremare – Knesset Show
18 maggio 2015
In Israele ci interessa talmente tanto quello che succede nella politica, che abbiamo un canale televisivo dedicato alla Knesset. Veramente credo che un canale simile esista anche in Italia, ma qui in Israele c’è gente altrimenti giudicabile come ‘normale’ che lo guarda.
Ora, quando uno fa l’aliyah è facile che nel primo anno finisca a fare la canonica visita alla Knesset – parte fondamentale dell’istruzione del nuovo israeliano insieme a lunghe e faticosissime ore a Yad Vashem, e alla salita a piedi a Masada, preferibilmente verso l’ora di pranzo (con 48 gradi centigradi e 2% di umidità), e “veloci che abbiamo fatto tardi!”. I migliori sopravvivono, lungo la strada imparano un po’ di ebraico e si avviano per l’incerta ma ideologicamente inattaccabile vita da israeliani. Infatti, siamo ancora qui.
Quando si visita il palazzo della Knesset, fra un Chagall grande come un arazzo da castello medievale e la navata dei presidenti, non si presta troppa attenzione alla guida che spiega che nella sala del Parlamento ci sono tre telecamere a coprire anche i punti senza poltrone, e un vetro antiproiettile che divide il pubblico dai parlamentari. Pare che in anni caldi qualcuno abbia lanciato dall’allora aperta balconata un oggetto contundente e incendiario. L’israeliano, si sa, è per natura moderato e riflessivo.
Ma ho capito solo questa settimana che quel vetro antiproiettile serve anche all’inverso, e protegge il pubblico dalle insubordinazioni verbali degli augustissimi membri della Knesset. Durante la presentazione del nuovo governo di Bibi, le urla che si alzavano da tutte le parti politiche erano un evidente attentato all’udito degli spettatori, ma noi a casa potevamo abbassare il volume. Quelli in sala, ringraziavano la vetrata. Poi mi sono accorta che il Presidente Rubi Rivlin, uno dei pochi in giro con più sale che peperoncino in zucca, non era protetto da alcun vetro, e osservava attonito la scena di sotto.
Spero avesse i tappi per le orecchie.
Daniela Fubini, Tel Aviv
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Double Life – Books Time
By Daniela Fubini*
17 May 2015
People who divide the timeline of their lives among different continents have some adjustment to make when it comes to the more trivial timeline of a single year. For example, May is for me the month of the books. Since when I was growing up, in Turin, it is the “holy month of the book fair”.
At the time, Turin was far from being the cool place it has later become. The opposite: all I remember is painted in gray just like now everything – buildings and people alike – sport all the colors of the rainbow. It was still the FIAT Torino, a place for working people and not too much fun. But that week in May was the coolest happening, at least for avid readers like me.
I used to spend long hours at the huge fair grounds, getting lost in what looked like the largest bookstore I could dream of. I remember endless handwritten lists of books to find, and heated discussions on which editor had the best smelling books, and we are talking about glue here, not Chanel n.5.
Now that Kikar Rabin, in the heart of Tel Aviv and 2.5 minutes’ walk from my doorstep, gets its little cute book fair every summer, I tend to avoid it. In my first years I used to wander around the small stands, look at the editors names, try to navigate the titles and names of authors. Then I realized that reading a whole book is not something I can do before I have enough time to really focus on grammar again, and I postponed the surely fulfilling experience to the golden age of retirement. I hope that by then some super-cool start-up will come up with a device providing instant translation inside my google (or not-google) glasses of anything I will be reading.
Yes, no matter the season, in Israel you can always call for a new technology that will make life better. It usually happens, and quite quickly too.

*Daniela Fubini (Twitter @d_fubini) lives and writes in Tel Aviv, where she arrived in 2008 from Turin via New York.
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Come salgo sull’aereo, quelle rare volte che non volo sionisticamente (e pragmaticamente) El Al, entro in una apnea linguistica che finisce solo quando, sul volo di ritorno, ricomincio a sentire parlare ebraico intorno a me. Mi fa tre volte più fatica, lo ammetto, lasciare l’ebraico quotidiano al Ben Gurion e imbarcarmi in una lingua straniera e il più delle volte francamente ostica.
Su El Al invece, a parte le orde rumorose e scomposte che costituiscono la popolazione volante, c’è quel sottile piacere di farsi augurare di volta in volta Pesach Sameach, Shana Tova, buon Purim, buona Channukka, o anche solo benarrivati e buona permanenza, in ebraico. È una delle gioie degli olim chadashim, l’augurio inatteso come quello che la Egged compone sulla fronte degli autobus, che girano per Gerusalemme dicendo a tutti buon anno e poi “buona firma” (Chatima Tova) prima di Kippur.
C’è qualcosa di puramente estetico nel volare El Al, la compagnia più di bandiera che ci sia, e anche di intrinsecamente ebraico in quel tenersi ben attaccati quanto possibile alla yidische mame che prende la forma di una hostess (o steward) stanca e spiccia, che ti traghetta al sicuro verso altre terre, altre lingue, culture, cibi. Quando mi capita di preferire altre compagnie, mi sento poi sradicata un po’ a forza dalla terra dura che chiamo casa da un pezzo ormai importante della mia vita.
E mi domando come si vive in paesi non dominati da bambini rumorosi e scalzi, con vestiti scoordinati e istituzionalmente anarchici. Forse si vive più in silenzio, ma sul livello di allegria posso scommetterci: bassino andante. Al primo urlo ‘”Ima!”(con punto esclamativo incorporato) che sento in in aeroporto internazionale mentre rientro in Israele, localizzo il bimbetto fonte del grido, ed e’subito casa.

– Pubblicato su Pagine Ebraiche 24 il 29 settembre 2014

In the middle of the complicated process that bridges any human being from the status of simple passport holder to that one of traveller on a plane, I stood like a perfect idiot recently, at Ben Gurion Airport. Pardon me: International Airport.

I had just replied successfully to the supposedly tricky interrogation of the young security representative, who absently rolled the usual list of questions she learnt by heart, and wondered what would have been her reaction had I replied that I carry dynamite and a weirdo just gave me an odd-shaped package to deliver at destination. Would she have recorded the potentially explosive information? I hope so.

So, there I was, happy for passing yet another exam, and on my way to drop off my luggage I see what seems like an absolutely huge amount of colorfully attired and happy faced people, I assume on their way back home, somewhere in Africa, standing in front of the Ethiopian Airline check in and about to fly to Addis Ababa.

I was travelling to visit my family and I was very excited to be home. And yet, in front of the sign Addis Ababa, and the obvious positive energy of that group, I almost gave in to the sudden desire to go back there, and not home. Hard to explain. Back to Addis, a place I visited for work once in my life and for only a few days?

Power of the airports, pardon, International Airports: they connect not only people but stories and times. Who were these people? The simple colour of their skin was not enough to make them strangers: some were surely Ethiopians, some surely not. Jews? Pilgrims? Who knows. And they were travelling to, not from Addis (the most common one way route being to Israel, to come home and stay).

The puzzling vision gave me a steady smile – at least until I hit the security check and a restless Russian lady cut the line in front of me. Back to reality, and to Kibbutz Galuyiot.

(published on Pagine Ebraiche International – Monday 29th September 2014)

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