Undici Settembre, 2002.

Oggi sono uscita di casa molto piu’ presto del solito: tutta midtown e’ zona “Code Orange”, alto allarme antiterrorismo, e avevo paura di fare tardi. Nessun ritardo invece; solo facce un po’ piu’ grige del solito in metropolitana.
E’ una giornata bellissima, sole e caldo. Ma c’e’ vento, e quando c’e’ vento New York e’ ancora piu’ bella. Le bandiere sventolano veloci, e oggi di bandiere ce n’e’ tante. Tutte a mezz’asta, naturalmente.

Alle 8.46am, ora del primo impatto, ero in Bryant Park. E’ un quadrato di verde dietro la Public Library, a pochi minuti dal mio ufficio ed e’ uno dei miei luoghi preferiti, qui a New York. C’e’ sempre gente a quest’ora. Chi ci passa attraverso, chi si siede per due minuti a bere un caffe’ prima di entrare in ufficio, chi legge il giornale e chi aspetta qualcuno. Oggi, c’era piu’ gente del solito. E molti, come me, erano li’ solo per avere un posto fuori dal traffico dove passare il minuto di silenzio in ricordo del passato Undici Settembre, azzurro e caldo come questo, ma quasi senza vento.

Gli operai che lavorano nel parco per costruire una struttura per il memorial di questa sera sono stati il mio orologio. Spostavano materiale, fissavano cavi al terreno, e ad un certo punto si sono fermati li’, cosi’ com’erano, si sono tutti tolti il casco giallo di plastica dura. Non si guardavano, guardavano a terra.
E chi vive qui lo sa, che sono stati quelli come loro, ad arrivare per primi al Ground Zero, dopo i pompieri e i poliziotti. Sono stati loro, a mollare tutti gli edifici in costruzione a New York e a scendere downtown, a spalare per settimane metallo e briciole di esseri umani fuori dal quadrato che adesso e’ una immensa tabula rasa, bianca e innaturale, e si chiama “The Site of WTC”.

Quando gli operai si sono rimessi i caschi e hanno ripreso a lavorare, mi sono mossa anche io verso il mio ufficio. E proprio sull’angolo del mio isolato ci saranno stati duecento altri operai, usciti da un grattacielo in costruzione, che immobili e ordinati guardavano in alto, verso la cima delle travi che verranno ricoperte e diventeranno rapidamente uffici. Ho pensato che fossero usciti in ritardo, erano gia’ le 9.
Invece mentre mi allontanavo senza capire ho sentito partire un applauso, mi sono girata e ho visto perche’ guardavano in su: dall’alto era stata srotolata una immensa bandiera americana, che adesso il vento gonfia e fa ricadere.

E li ho visti piangere. Questi tipacci muscolosi e sporchi, che hanno facce di tutti i paesi, e che chissa’ che lingua parlano dentro le loro teste. E’ passato un anno, anche se sembra meno, e oggi hanno tutti di nuovo il diritto di piangere per i morti e per il bianco vuoto al posto del World Trade Center.

Io sono arrivata “dopo”, non ho perduto nessuno nell’attacco alle torri, non ho perso il lavoro e non ho dovuto cambiare casa. Non sono nemmeno americana, e se e’ per quello non lo era neanche la buona parte di quelli che sono morti un anno fa. Ma vivo qui, in questa citta’ che ha tremila fantasmi e un lutto collettivo da superare. E oggi andro’ ad iniziare le pratiche per il rinnovo del visto. Perche’ non ero qui quando la tragedia e’ avvenuta, ma c’ero in questi mesi di vita che ricominciava, e non voglio perdermi quel che deve ancora venire.

New York, Anno Primo.

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