Il mio cervello frequenta diverse lingue, e volte l’italiano non riesce a mantenere il comando.

Difficile che qualcuno se ne accorga, in un mondo di multilingui senza alcuna pretesa. Ci si corregge a vicenda le lingue non madri con leggerezza, qui in Israele. L’ebraico soprattutto, ostico a chiunque.

Ma io ancora mi stupisco quando l’inglese e l’ebraico prendono il sopravvento: nei momenti in cui la bocca  si apre d’impeto, senza selezionare quale lingua utilizzare, è più facile che sia l’inglese, lingua per nulla madre (al massimo buona amica) a vincere la corsa tra papille e labbra e a raggiungere l’esterno.

C’è stato un tempo in cui solo l’italiano poteva affacciarsi. Eppure già allora, l’inflessione dialettale torinese, veneziana e  poi toscana, emergeva a tratti, volontaria o involontaria. Dunque c’è da sempre, per imprinting famigliare o frequentazioni assidue, una possibilità di canali paralleli, di pronuncia differente di una stessa parola.

Deve essere stata questa abitudine a identificare i suoni, a lasciarmi imparare le successive lingue che ancora si aggirano, più o meno attive, nel mio cervello. Vorrei che il francese si svegliasse dal letargo; lo nutro con l’ascolto passivo e con molto amore, ma l’ebraico ha tracimato in tutte le cellette dove tenevo come tesori il dizionario e la grammatica francese. Poco male. Nelle lunghe  estati telavivesi non parlo con le frotte di francesi abbronzati che escono dalla spiaggia, ma posso ancora capire quello che dicono, poveri loro.

Ma un giorno, io, francese, ti riconquisterò.

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