Un bicchiere di cocacola gelata sulla ambita terrazza dell’Excelsior.

Intorno, il cinema si srotolava sui tappeti rossi e su quel po’ di glamour che fa le copertine dei giornali e si ferma nei flash dei fotografi di corte. Io e l’amica occhi-tristi, sogni di teatro, ad arrampicarci nell’inglese scomodo e latitante della scuola. Lei aveva già avuto il suo attimo di celebrità: in posa su di un pontile, capelli al vento e no, non sorridere, sei bella così.

Di fronte a noi due, ragazzine inebriate dall’aria pulita di settembre a Venezia, oltre la linea gialla delle cabine sulla spiaggia, il mare calmo. Accanto a noi, siedono Philip e David, padre e figlio, regista e produttore. Vieni a San Francisco con me, mi dice leggero David, con la barba nerissima e il sorriso bianchissimo,  immerso in una luce perfetta.

A diciotto anni tutto può ancora capitare. E  io che bella non ero stata mai, e mai avevo bevuto cocacole gelate sulla terrazza dei divi, non ho detto sì. E ho messo in un angolo la lettera che poi mi mandò per rinnovare l’invito. Chissà dove sarei oggi se avessi seguito David, cresciuto nella “industry”, fin dentro i salotti buoni del vero potere americano. Il cinema. Il sogno.

Per eccesso di gioventù, o per difetto di libertà, ho preferito (oppure accettato) il chissà, l’indefinito avrei potuto. E da quel giorno, ho saputo quando e come non dire di sì.

Lieve mi è il prezzo che ho pagato: il cinema non è mai più uscito dalle mie vene.

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