Sono diventata grande una sera, nella stazione di Porta Nuova a Torino.

Era il rientro dalla grande gita scolastica: in treno fino in Russia e ritorno. Dieci giorni epici, per dei liceali della Torino buona – e meno buona. Il grigio colossale di Mosca; il cielo lacca specchio della Nieva a Leningrado; le betulle chiare fuori dal finestrino; il the caldo e dolce in ogni tratto di treno; Varsavia gelida e distaccata.

Tornavamo da un viaggio unico al mondo, ci sentivamo unici al mondo, noi 170. Avevamo visto la storia scorrere sotto gli occhi, sfogliato le pagine preferite camminandoci dentro. Cantate le canzoni. Ascoltate le voci. La parata del Primo Maggio in Piazza Rossa, Lenin ancora sotto vetro,  i cubani nel campus universitario, i corridoi dell’Ermitage infinito, le icone d’oro, le cupole arricciate contro il cielo di Russia. Tutto un altro cielo.

Come nella scena madre di un film, lo scricchiolare del controtempo è arrivato appena scesi dal treno. C’era stato un incidente, mentre eravamo via. La coppia, lui il bello lei la biondina, erano scivolati con una macchina troppo veloce  su di un viale troppo largo. Il bello alla guida era in ospedale. La biondina, si aspettava il peggio, senza speranza.

Non eravamo amici, a malapena ci si salutava negli intervalli. Eppure, l’incidente di due coetanei, i loro destini legati nella tragedia da una storia tra adolescenti, una serata qualunque fuori a bere tra amici, è uno dei punti di frattura tra il mio essere ragazzina e quel che venne dopo.