A Cesarea il tramonto colora i marmi romani di un rosa acquerello. Il mare è gelido e la spiaggia libera da turisti. Un bar vicino al mare mi ricorda un luogo non identificato in Liguria. Pazienza, almeno qui il grigio-verde è solo quello quieto del mare d’inverno.

Il mio primo sguardo su Israele: un inverno di intifada a fine anni Ottanta. Migliaia di giovani donne e giovani uomini vestiti da soldati, a ogni angolo, su ogni strada, in ogni autobus. Ovunque. Un brulicare grigio-verde cui non ero preparata.

Israele nella testa era il kibbutz nel Nord dove si raccoglievano arance e ogni frutto o verdura era un miracolo e una benedizione. Dove i bambini crescevano tutti insieme, in una bucolica vita comune e genitori al lavoro nei campi o nella piccola fabbrica. Dove la pratica dell’ideale lo realizzava: da teoria sociale e sionista a realtà quotidiana eticamente ottimale.

Inevitabile lo schianto tra trattore e carro armato, ideale e realtà, kibbutznik in pantaloni corti e soldato con gli scarponi scuri appena schiariti dalla sabbia; io in mezzo, senza strumento alcuno per evitare lo schianto.

Il mio sionismo è collassato lì, sul posto. Ci sono voluti 15 anni perchè io potessi ritornare in Israele, ed innamorarmi finalmente a prima vista. Davvero la vita a volte fa giri immensi.