La strada in discesa verso Baka è così piena di fiori, in marzo, che sembra di attraversare un immenso giardino.

Gerusalemme prima casa, primo porto d’attracco della mia vita israeliana. Ogni giorno mi alzo all’alba, prendo i libri e comincio a scendere a piedi dal mio piccolo quartiere centrale Kyriat Shmuel fino al quartiere di Baka, così ovviamente arabo, quasi a portata di occhi c’è Betlehem. La pietra chiara è identica in tutte le case vecchie e nuove, le zone della città si distinguono per nomi e non per alcuna apparenza o carattere proprio. Le colline e valli si susseguono a balze, il traffico arranca disordinato ed eclettico. Lo smog rovina l’idillio floreale.

Arrivo tra i primi e trovo una preziosa sedia da mancini. Ho i compiti fatti in borsa. Ritornare a scuola passati i trent’anni è innaturale e il cervello si ribella. Ma cinque ore di studio dell’unica materia, l’ebraico, piegano anche lui; tempo due mesi ritrova la vecchia dimenticata abitudine all’imparare. Tempo i cinque mesi del corso, comincio a capire per magìa le parole delle canzoni cantate a memoria dalla più tenera infanzia.

La salita da Baka a Kyriat Shmuel è lenta ed accaldata. Il sole anche in inverno scalda l’asfalto. Il Hummus o la minestra di  Koube mangiati in una simil-trattoria mediorientale sono un vago ricordo, passati anche i compiti per l’indomani.  Mi rifugio nell’unico caffè che serve espresso italiano sotto casa. Mi bevo le parole che riesco a decifrare, al volo tra i tavolini stretti.

La mia vita a Gerusalemme è una camminata ininterrotta lunga cinque mesi.