Paul Auster è vissuto in 21 case, e questo mi fa pensare che io non so bene come contarle, le mie case. Le mie corazze, come le chiama lui.

La prima è stata via Spano, quella nella prima periferia torinese già ricordata altrove. Ne ho una memoria cristallina anche se l’ho lasciata a sei anni – o sette? Ricordo il sofà marron direi color bronzo. La luce che vi si posava dalla finestra  alta, il tinello e la cucina, le camere da letto. Una cesta di vimini con i giocattoli, che nel weekend veniva rovesciata e noi si entrava nella cesta e si recuperava tutti i giochi d’intorno. Era l’Arca di Noè.

Poi per oltre vent’anni la casa è stata via Colombo. La casa della scuola, del diventare grandi, della adolescenza ribelle e difficile, fino all’andare via, al limitare dei vent’anni. Un andare via deciso da anni, voluto e del tutto naturale, in altre culture e altri luoghi.

Via Orazio Gentileschi a Pisa, la prima casa condivisa con coetanee. Cinque ragazze, tutte fidanzate tranne una, tutte cattoliche tranne me. Gli armadietti in cucina suddivisi con precisione millimetrica, e nel mio, le prime pentole e posate IKEA colorate, divise per kasherut. Mai studiato tanto in vita mia, e mai dormito meno. Quante chiacchiere, quante serate e notti tirate in lungo sui libri, o col fidanzato, o a consolare una delle altre per un esame andato meno che bene, o per qualche litigio.

Le due case pisane successive sono state meno formative. O ero io più grande. Nella terza, il fidanzato già stava per diventare passato prossimo, con tutta la fatica che ciò comporta. Siamo a cinque case.

Poco dopo il ritorno a Torino, il passaggio di vent’anni di storia da via Colombo a via Matteotti è stato certo un arrivare in termini di status, ma molto di più un voltare pagina. Con la perdita dei nonni tutta la famiglia era andata su di una generazione. I miei, non più figli e non ancora nonni, noi figlie e non più nipoti. Via Matteotti è bellissima anche per questo: è una casa nata dal bisogno di luce, aria, colore.

Da Torino a Manhattan, dove gli indirizzi si declinano in base all’angolo, e del numero civico non importa a nessuno. La prima casa, condivisa, in uno dei palazzi tutti ebraici o quasi su Columbus e Novantesima. Doorman in liviera ma corridoi bassi e asfittici, appartamenti ritagliati per contenere più camere possibile. Cubicoli in cui mettere un letto e poco altro. Da lì alla subito amata West End, e non c’è stato ritorno verso est. Su West End ed Amsterdam ho vissuto con due ragazzi. Bello avere uomini in casa, pensai. E loro, riconoscenti per la mia cucina quasi civilizzata, mi hanno fatto conoscere tutti gli abitanti dell’Upper West Side, i locali dove valeva la pena ascoltare jamming Jazz, e il mio primo Margarita in un assolato Cinco de Mayo.

La casa più casa della mia vita newyorkese però è stata su West End e Settantunesima. Dal tetto si dominava tutto l’Upper West Side, si guardava il New Jersey e ci si innamorava nel riverbero dell’Hudson River. L’ho lasciata solo per lasciare Manhattan, e ancora oggi se penso a quegli anni, penso a quella casa dai colori caldi, con mobili solidi e scuri, e tanti armadi a muro.

Di nuovo a Torino, una ventata di gioventù mi ha portata a una mansardina di via Camerana, gemella di quella in cui avevo imparato da ragazzina qualche accordo di chitarra, e molta saggezza adulta, dal mio fratello maggiore prescelto.

A contarle, son già dieci case. Oggi sono arrivata a tredici, ma questa parte della storia è tutta israeliana, buona per una pagina nuova di zecca.

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