Passeggiare per viali fatti da migliaia di libri, pile ordinate, mucchi appena messi in disordine da un altro passante, e non poter leggere alcunché. E’ l’incubo ricorrente ogni anno qui in Israele, quando arriva la settimana del libro.

Chiedete a una torinese che ha visto nascere il Salone del Libro che cosa vuol dire aggirarsi come un cane da tartufi nell’immensa distesa di carta stampata, che porta lo stesso odore in ogni emisfero e ad ogni latitudine, mi dico. E’ un piacere fisico, dal tatto all’olfatto, passando per la vista. Il cervello si accende come un albero di natale. Non si sente la fame o la sete. La luce eccessiva solo, a volte, infastidisce vagamente. Ma il richiamo dello stand successivo, la moltitudine di presentazioni, incontri con l’autore, conferenze, prevale.

Oggi a Tel Aviv, la settimana del libro è una spina nel fianco. Dolore vero. Ho provato, mi sono armata di buone intenzioni e di tempo, ho percorso il zig-zag dei banchi in Kikar Rabin, ho tentato di appassionarmi al punto da comperare lo stesso, impuntandomi. Non posso essere in un luogo stracolmo di libri colorati, profumati, invitanti, e non portarne qualcuno a casa: trofei da salotto, per lunghi pomeriggi in aria condizionata.

Ma anche quest’anno ho suonato la ritirata presto, e a mani vuote. Ci vorranno ancora anni, perchè il mio ebraico diventi anche strumento di lettura. Decenni, forse. Per intanto, continuo a contrabbandare Camilleri, Vargas e altri con ogni arrivo di parenti ed amici dal vecchio continente. Attendo una epifania della mente, e della lettura.