L’isoletta me la immagino tondeggiante e chiara, con le rive di sabbia bianca, molte conchiglie e case a cubetti anche loro bianche. Porte spalancate nonostante il caldo. Pochi gli abitanti, indaffarati ma lenti, gesti eterni ed ampi.

L’unico colore oltre al cielo ed al mare turchese è il verde abissale della vegetazione. Un verde che ho dimenticato quasi, nella mia vita in terra arida e sforzi sovrumani per dissetarne pezzetti minuscoli, sufficienti alla vita.

L’arrivo è inevitabilmente dall’acqua, con un catamarano lucido che sfarfalla fino all’attracco e vi si appoggia. Il pontile cigola morbido, senza convinzione. Nessuna violenza: il mare langue nella canicola e non si ribella.

Nella valigia ho troppi libri e me ne pento già. Vestiti di cotone impalpabile. Un cappello a falde larghissime. Sandali di cuoio. Un ventaglio. L’essenziale insomma, per essere un quadro impressionista fuori dal tempo.

Il mio sogno greco non include voci, salvo quelle dei gabbiani stranamente piccoli che fanno il giro dall’alto sulla spiaggia al mattino e al tramonto. Il silenzio è la vita. Il mare è il cibo. Il verde è l’aria.

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