I capelli cotonati e immobili, e gli occhi gentili dietro agli occhiali dalla montatura grigiolina e spessa anni Settanta, sono quanto mi ricordo della vecchia signora di cui porto il (secondo) nome.

L’amorevole rispetto che in famiglia le si doveva, lo si vedeva dai gesti attenti che le venivano rivolti. La ricordo sorridere ma non ridere, regale in un modo squisitamente piemontese. Girare le pagine della Stampa soffiando perchè si separassero da sole. Camminare fluttuando sulle pattine di feltro per non strisciare la cera del pavimento.

Avevo sei o sette anni quando se ne è andata e ha lasciato una nube di tristezza vera in casa. Quella sera sono andata davanti al televisore all’ora del telegiornale, e ho aspettato che l’evento, per me centrale, venisse letto dall’annunciatore.

Dovevano passare non pochi anni prima che imparassi i concetti di particolare ed universale. Per me quella perdita equivaleva come importanza all’omicidio Moro, di cui pochi mesi prima avevo visto le prime, allora cruente immagini alla  tivù – la mia prima memoria televisiva.

Beata infanzia; tivù in bianco e nero e Carosello.

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