Sognare un temporale non è una cosa così frequente per tutti, immagino.

Io sogno nei più minimi particolari il rumore della pioggia che cade, il marciapiede da opaco a lucido, le gocce che toccano i vetri delle finestre. Pioggia forte, mai pioggerellina autunnale: scroscio di temporale, perfino tuoni, macchine che passano nella pioggia battente. Ed è un bel sogno, rinfrescante come le piogge d’aprile di Guccini, che ripuliscono un’anima, una strada.

Mi succede regolarmente, da quando vivo in Israele.  Il sogno della pioggia è stagionale, quanto l’assenza della pioggia reale: e da aprile/maggio a ottobre/novembre ce n’è di tempo per sognare. Quando mi sveglio so subito che è stato un sogno, che non è semplicemente possibile che abbia piovuto durante la notte, e mi preparo ad un’altra giornata secca o umida, di certo calda.

Una sola volta finora sogno e realtà si sono incontrati. Una mattina di metà settembre: Yom Kippur. Dopo la lunga serata del Kol Nidre al tempio, e poi la camminata a zonzo per una Tel Aviv inedita, senza macchine e inondata invece da miglaia di bambini in bicicletta e monopattino accompagnati da genitori in scarpe da tennis.

Quando mi sono svegliata dal sogno di pioggia con davanti una intera giornata di digiuno e di afa, e invece dell’afa ho trovato le strade surrealmente bagnate e fresche, ho capito che quell’anno il digiuno sarebbe stato leggero, per me e per tutti. Potenza dell’acqua, specie quando inattesa.

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