“Io penso che la storia ti piace […] perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, […]  tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi […]” – Antonio Gramsci

Dice: l’osmosi. Dice: il lavaggio del cervello che chiamano casa. Quando appeso ad un muro impossibile da evitare c’è da sempre un quadro che include la citazione qui sopra, è davvero difficile parlare di libera scelta. E così fu Liceo Classico, e poi Storia.

Con il senno del poi, due paroline avrei da dirle agli insegnanti che non si sono mai fatti venire il dubbio che le lingue potessero essere il mio vero forte. Un solo famigliare, che da bambina chiamavo “Coso” perchè mi faceva un po’ paura con quella parlantina spiritosa toscana, solo lui nel momento chiave del che fare mi buttò lì un “vài in Ameri(c)a a studiare Yiddish!” – la cosa finì con la mia razionale risposta: ma non so neanche il tedesco, per non dire dell’ebraico.

Dunque fu Storia. E fu Pisa, ma la città capitò, per altre vicende. Dal Po all’Arno, sulle spallette del quale si mangiava gelati come i bambini e si passeggiava tra lezioni ed esami. La storia era nei libri ed era ancora, allora, nelle parole dei vecchi. Rimpiango fino ad oggi di non avere interrogato tutti i vecchi di famiglia vicini e lontani fino all’ultima sillaba, fino all’ultimo respiro.

Però già allora chiamavo Storia il passato più prossimo al presente. Gli uomini viventi di Gramsci.

Già allora mi era chiaro che se la Storia siamo noi, questa  non passa attraverso un singolo atto eroico o epocale, ma piuttosto per una collezione di scelte quotidiane dettate da un progetto più grande. Ed eccomi, a scalpellare ogni giorno il mio tassello di storia in Israele, vero frutto delle scelte fatte da tre generazioni almeno prima di me.

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