Sulla strada verso il tempio, ogni sabato mattina passo accanto ad un bar tipicamente telavivese, con le sedie fuori – estate e inverno – l’arredamento semplice di bamboo e vetro, e camerieri giovanissimi e accaldati.

Seduti sempre allo stesso tavolo, il più vicino al mio marciapiede ombreggiato, una coppia anziana. Lei con la messa in piega a posto, vestiti vagamente demodè ma allegri; lui – sempre seduto nel posto che me lo mette di fronte mentre mi avvicino – spesso tiene il braccio sinistro appoggiato per lungo sul tavolo.

E’ un braccio tatuato. Un tatuaggio nitido fatto di numeri, che non lascia alcuno spazio al dubbio.

Quell’uomo, per un periodo breve o lungo della sua vita, è passato attraverso l’inferno in terra – un inferno creato da umani come noi – ed oggi vive qui, nella mia bella e bianca città in riva al mare. Io lo vedo tutte le settimane nel giorno in cui ci si dovrebbe astenere dai pensieri tristi, e si dovrebbe  pensare solo alla Torà e al riposo.

Non mi resta che fantasticare su quando e come sia arrivato in Israele – se subito dopo l’inferno oppure anni dopo, con Israele già Stato. Quante guerre abbia combattuto, altrove e qui, quanti figli abbia avuto e quanti nipoti. Solo, evito di chiedermi perchè sia seduto ad un bar invece che in un tempio a pregare.

Così, arrivo ogni sabato al tempio con in testa una sola parola: “Hineni” – io sono qui. Da Avraham avinu a quell’uomo con il braccio appoggiato al tavolino del bar: l’essere qui totale, con tutta la tua anima, tutto il tuo corpo.

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