Dunque il cinema è stato un amore da sempre, e perché non è diventato il tuo lavoro? A questa domanda diretta ho quasi balbettato di recente un grosso grasso “n-non so”. E ho rapidamente cambiato discorso. A me non piace balbettare risposte. Di rado rispondo “non so” a una domanda – in questo il dna non mente.

Il cinema, dunque.

Tutto è iniziato con un’estate che si è allungata fino all’inizio di settembre, al Lido di Venezia. Dopo quei primi dieci giorni passati a sbiadire l’abbronzatura guardando quattro o cinque film al giorno in tutte le lingue parlate sulla terra, non ho più avuto scelta. Ogni anno, l’anno passava in funzione del Festival successivo.

Da allora, la prima cosa che faccio quando vado a vivere in una nuova città è cercare i cinema e le cinemateque. Da allora, imparare le lingue è diventato come leggere nuovi sottotitoli messi alla realtà. E’ un fatto: ascolto con molta più attenzione chi parla per immagini. E non c’è semplicemente nulla di più piacevole che sedere nel buio in una sala piena o vuota di persone, sistemarmi nella poltrona, e lasciarmi raccontare una storia.

Forse è questa la risposta. Posso poi parlarne, scriverne, ma io un film devo soprattutto vederlo, ascoltarlo, filtrarlo attraverso tutti i film visti da sempre, dargli il tempo di decantare fino a diventare un’immagine, un silenzio, una parola che mi rimanga attaccata addosso, parte di me.

Perciò è naturale che io il cinema non possa farlo. E’ il prodotto finito che mi interessa, non le sue parti per quanto affascinanti e probabilmente altrettanto emozionanti. Mi siedo nella scatola magica e la magia inizia. Se tentassi di costruirla io, la scatola, non potrei più solo sedermici dentro e godermi lo spettacolo. E allora, meglio così: spettatrice, e (mi) basta.

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