Mi mancava l’acqua. E’ questa la ragione non ufficiale e mai apertamente ammessa della mia discesa dalle sante colline di Gerusalemme. E’ la ragione principale perchè viene dal corpo, e al corpo non si comanda.

Un giorno, guardando verso la Giordania – vicinissima – dal Molino Montefiore, cercavo senza saper perchè il leggendario riverbero violetto del Mar Morto, e ho capito. Per quanto si cammini, a Gerusalemme non si vedrà mai dell’acqua. Non laghi, fiumi, ruscelli, pozzi. Solo tracce ormai archeologiche, rivoli rinfrescanti visitabili nelle profondità della Ir David.

Il primo consiglio ricevuto al mio arrivo (e poi sempre ripetuto ai visitatori), è stato “bevi tanto”. Ma l’acqua da bere non sostituisce quella che passa per gli occhi. L’acqua che si può vedere ed ascoltar passare sotto i ponti o addosso ai pontili, è anche una fonte di frescura petrarchesca, una promessa di vita.

L’arida Gerusalemme nella sua estatica bellezza biancorosa di pietra, non mi trasmetteva la vita di cui solo l’acqua, in qualunque sua forma, è portatrice. Per questo l’ho lasciata, oltre che per un più triviale fatto pratico: il primo lavoro israeliano, inevitabilmente a Tel Aviv.

E subito, la distanza siderale tra due città che sulla cartina geografica distano solo 65 chilometri, si è realizzata. Quando si lascia Gerusalemme è irrilevante quanto lontano si vada. Si è scesi, discesi dalle alture, livellati al mare.

Nel mio caso, la migliore cosa che potesse capitare.

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