Ogni notte di San Lorenzo con il pensiero io ritorno a Cogne.

Alla Cogne minimalista di una volta, dove d’agosto si saliva e scendeva per le stradine del paese in calzoni di velluto a coste alla zuava e scarponcini. Niente occhiali da sole, sensati solo sui ghiacciai. Niente manicure o trucco, capelli tirati su alla bell’e meglio. Direbbe il poeta: “l’estate finiva piu’ nature, vent’anni fa o giu’ di lì”. O trenta.

La prima sveglia alle quattro del mattino per iniziare una salita con la luna piena, e guadagnare ore di cammino contro il sole sciogli-ghiaccio, me la sento ancora sulla pelle. Il freddo della notte senza riscaldamento in montagna. Il latte caldo in cucina nel piccolo appartamento in affitto. Silenzio per non svegliare i vicini. La piccozza infilata lungo il lato del sacco. Il the caldo colato nel thermos. Tupperware pieni di vettovaglie, calzini di ricambio, torcia, corda e k-way, stratificati secondo l’utilizzo di ciascun oggetto. Ecco dove ho imparato a fare le valigie.

Se fare alpinismo richiede metodo e dedizione, a 10-12 anni richiede anche una quota di fiducia negli adulti che oggi trovo commovente. Certo, c’era il brivido dell’appartenere ad un drappello di arditi, che salivano con lentezza calcolata su per sentieri a volte chiari, a volte inventati con fede nell’orientamento e nelle mappe. Avvistare un ometto (una pila di sassi messi da qualche predecessore per segnare un passo), era talvolta casuale quanto decisivo. C’era l’agio del silenzio fra compagni di cordata – in montagna il silenzio sembra prevalere sulle parole, e non pesa. E c’era quella spinta all’arrivare in cima, che fa muovere le gambe quasi da sole. L’attesa di poter finalmente posare lo zaino e guardare tutto intorno a 360°, le altre cime ed il cielo, immenso. Il fiato corto, spesso.

Nelle serate di metà agosto, appunto intorno a San Lorenzo, quando la sveglia non era in mezzo alla notte noi ragazzini andavamo a volte nel parco giochi accanto al municipio. Distesi di traverso sul ponte di un castello pensato per pesi molto più leggeri dei nostri, anche se gelati dalla sera stavamo immobili a guardare le stelle cadere o non cadere. I desideri espressi allora erano certo quelli semplici, buoni per sfogliar margherite: “m’ama – non m’ama”. Ci avvolgeva il profumo pungente della montagna di notte.

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