La terra rossa si sbriciola sotto le suole delle mie scarpe, troppo eleganti e troppo pesanti. Addis Ababa in febbraio è già fresca ma il sole picchia forte e lo sento sul dorso dei piedi dentro i mocassini neri.

Quattro giorni di lavoro nell’Africa meno africana del continente. La collega che mi fa da guida è qui da anni, qualche mese alla volta, e conosce tutto quel che si può conoscere pur essendo una faranji, una bianca.

Non ho provato nessun senso di vertigine all’arrivo, uscendo dal mio mondo quasi interamente bianco di pelle ma pieno di variazioni su tema, ed entrando in questo mondo altro, nel quale la scala di colore è minimale:  salvo i pochi europei tutti hanno lo stesso colore di pelle e di occhi. 

Mi ha colpito subito invece il colore della terra. Con il taxi preso a corsa o a giornata si guida spesso su sterrato. E la terra ha una tonalità tra il mattone acceso e il rosso, ravvivata ad ogni scroscio di pioggia – che arriva improvvisa e violentissima, del tutto fuori stagione stando allo stupore dei locali. E’ un colore che incanta. Contrasta con il cielo azzurrissimo, che sorprende se per un momento ci si dimentica di essere ad una altitudine notevole.

La nitidezza dei colori si riflette nei vestiti per le feste venduti con complicate contrattazioni al mercato in cima alla città. Mentre gli uomini, soprattutto, vestono colori molto spenti durante la settimana. Nella breve compera dei souvenirs ascolto i venditori snocciolare numeri e lamentele rituali, e mi accorgo di capire i prezzi: l’ebraico non è troppo lontano da questa terra.

Al ritorno in Israele mi è chiaro che non ho incontrato un solo ebreo o falashmura, nei pochi giorni in Etiopia. Ad Addis Ababa non ce ne sono: la regione dove ancora ci sono ebrei è lontana centinaia di chilometri. Questo mi lascia spazio per un viaggio futuro, a ritrovare  le andature spigliate ed eleganti, i sorrisi modesti, le automobili scorticate e antiche, e quella terra color rosso inebriante.

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