Il dolce del caprifoglio stava in due fatti distinti: primo, che il cespuglio rampicante era in un punto semi-nascosto tra il cortile della casa e il vialetto di ingresso e potevo andarci quando mi pareva, in barba a api e calabroni. Secondo, che ero arcisicura di essere l’unica a sapere che esisteva.

Quando la nonna mi mandava a cogliere del rosmarino – che aveva piantato lei, precisava – nel giardinetto comune della palazzina, io sbucavo dal portoncino piena di orgoglio per la missione che mi era stata affidata, e spezzavo qualche rametto nel centro del giardino. Poi, prima di rientrare, facevo una capatina al cespuglio di fiorellini bianchi e giallini che profumava come una giara di miele, e ne staccavo uno o due per succhiarne il nettare.

Oggi a Tel Aviv non vedo caprifoglio, ma alle volte dopo una lunga giornata di caldo se cammino per le stradine piene di verde del mio quartiere, ne arriva una ventata di profumo.  E ho imparato che è inutile cercare il cespuglio che lo sprigiona. Non lo trovo mai. Ma non importa, perchè l’effetto è raggiunto: che i fiori siano immaginari, oppure nascosti dietro un muretto che un’altra bambina è sicura di esser l’unica a raggiungere.

L’effetto del profumo di caprifoglio è l’annullamento del tempo. Per qualche secondo io sono, contemporaneamente, oggi  a Tel Aviv e trent’anni fa al Lido.

E oggi come allora, pedalo via con la mia bicicletta; peccato solo che non sia più la epica President del nonno, che era un altro motivo di orgoglio quando lui me la prestava, porgendomi la chiavetta della catena con gesto semplice eppure solenne. Lei, la President, ha ancora visto una quarta generazione prima di scomparire, rubata, come spesso capita alle biciclette.

Rimarrà per sempre la mia idea platonica di due ruote, fuori dal tempo come il dolce del caprifoglio. L’essenza stessa del ricordo.

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