Pietre in tasca e sedere a mollo in un ruscello. Il problema in quel momento è stato smettere di ridere e tirarsi su, facendo perno sui massi più piatti e senza metter giù anche un ginocchio, senò addìo, altra acqua addosso fino a valle. Poi i pantaloni si asciugano veloci, mentre si zompetta in discesa in alta montagna.

Credo che la mezza caduta sia avvenuta sul sentiero del Sella, di sicuro al ritorno da una gita parecchio lunga. Non che le pietre c’entrino qualcosa. Ne raccoglievo sempre quattro o cinque: piccole, da tasca. Il detto che gli esquimesi hanno 20 parole per neve vale anche per il grigio delle pietre che fanno la montagna. Dove altri vedevano solo sassi io vedevo un arcobaleno di grigi e marroni, cercavo le infiltrazioni rossiccie di ferro o argilla, bianche o rosa di quarzi, e azzurrine di selce.

Alla prima sosta le lavavo in un ruscello per esaltarne i colori. Le infilavo negli anfratti dello zaino (tasche esterne, interne, al fondo) e fino all’arrivo erano il mio tesoro. Con le pietre nello zaino mi sembrava che la camminata, gita o scalata avesse più significato. Che arrivare al laghetto, al passo o alla cima prefissati entrasse in una logica più grande.

Mi portavo in giro pezzetti di montagna ad ogni salita. Portavo la montagna addosso.

Se le avessi con me oggi, nella mia nuova terra molto meno cromaticamente diversificata, ne farei forse un mini-mausoleo casalingo alle Alpi. Forse è meglio allora, che ogni anno al rientro in città la maggior parte delle pietre, collezionate invero senza molto metodo, sparisse nel trasferimento. Saggezza degli adulti contro la mia innata tendenza all’accumulo di oggetti inanimati.

 

PS – Grazie alle due piccole montanare attuali per il contributo fotografico esplicativo

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