Otto mesi nel labirinto umano e topografico di Gerusalemme sono stati il massimo che il mio raziocinio potesse tollerare.

Gerusalemme è la nemesi dei quadretti ordinati di Torino e di Manhattan, l’antitesi alla pianura, l’incubo di ogni guidatore. Nel dedalo delle strade in pendenza che rende qui la bicicletta uno sport estremo, ogni abitante anche temporaneo impara presto che per arrivare a piedi dal punto A al punto B è bene passare per giardini privati, retri di edifici, siti in costruzione e passaggi segreti. Altrimenti, si rischia di non arrivare mai.

E come è vero che gli abitanti finiscono per somigliare alla loro città.

Quando si è da poco a Gerusalemme sembra di vivere in un labirinto sospeso nello spazio quanto nel tempo, in cui tutti cercano qualcosa ma danno l’impressione di essere fermi: studiano, pensano, si prendono una pausa dalla vita. Gli americani brillano per l’alienazione assoluta e paiono usciti da “Banana Republic” (la canzone, non la catena di negozi) – “alle spalle una storia improbabile…” Di rado si incontra qualcuno che lavori: chi lavora, di norma lo fa altrove. Gerusalemme dormitorio d’alta quota.

Dovendo lavorare per vivere, dopo l’ulpan (=scuola di ebraico) son scesa in fretta dalle altitudini spirituali e meditative della città davvero eterna, alla pianura dei peccatori e dei frequentatori assidui di spiagge (anche per un quarto d’ora, tra due impegni; una sfniffata di iodio al  passaggio).

A Tel Aviv le strade formano agglomerati dalla topografia quasi comprensibile e spesso facile da navigare; anche per via della linea retta del mare che fa da nord pur essendo a ovest. In bicicletta poi, tutto diventa raggiungibile.

Certo anche i telavivesi somigliano a Tel Aviv. Come la città è una variazione mediterranea sul tema di New York, così lo siamo noi. Sempre a lavorare troppo e poi correre tra un concerto, un evento imperdibile qualsiasi, il vernissage della mostra di un conoscente e un cinema con gli amici; asciugamano idealmente buttato sulla spalla, pronti per un tuffo in mare quando capita. Sì forse qui in pianura si esagera un po’: c’è una vena di prezzemolismo in tutto questo moto perpetuo.

Ma fermi col naso in aria, noi, quasi mai.

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