Il pakìd ovvero impiegato fa clic, dice “ok”, e “buona fortuna”. Esco dal magazzino della scuola di quartiere adibito a distribuzione temporanea, infilo la scatola di cartone nel cestello della mia bicicletta, e ritorno a casa. Tempo consumato: ventitrè minuti. Tempo occorrente a ricevere il pacchetto: dodici secondi netti.

E’ bastato recitare il mio numero di identità, che in Israele serve egualmente per gli sconti al supermercato, per tutti gli uffici pubblici, la banca, e di recente ho scoperto appunto: per ricevere una scatola di cartone marròn che contiene l’ultimo modello di maschera anti-gas – un bijoux.

Mi risuona in testa il “buona fortuna” dell’impiegato, detto con una cortesia non molto israeliana. Qui si tende a trattare gli argomenti come guerre e varie calamità in modo ruvido e iper-pratico. Deve aver individuato in me una immigrata relativamente recente, di qui la cortesia.

In questo giorni di caldo asfissiante e di isteria politico-strategica sui media, a volte penso che quell’oggetto della grandezza di una scatola da scarpe, con scritto “non aprire” su ogni lato, sia al massimo un talismano. I rari telegiornali che mi vien voglia di guardare fanno previsioni abbastanza raggelanti sull’estensione dei danni nel caso di una guerra con l’Iran. Non vedo come una semplice maschera anti-gas potrebbe fare la differenza.

Decido di rubricare la scatola marròn come ufficiale talismano anti guerra, e mi accingo a vivere una vita quasi normale: come chi vive a Los Angeles e sa che un giorno arriverà il “big one”, ma vivere si deve, e dunque via andare. C’è da fare la spesa, da lavorare, da vedere gli amici. Un sano fatalismo condito di ottimismo e pausa dai telegiornali, ricetta perfetta.

E poi, l’estate sta finendo, e con essa la stagione delle campagne di guerra, da che mondo è mondo. Un po’ di rispetto per le tradizioni è tutto quello che si chiede.

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