La quiete olimpica non arrivava mai prima di tarda sera. E considerato che si iniziava a lavorare tra le sette e le otto del mattino, la notte di sonno non bastava mai. Ma Torino olimpica era una tale epocale rottura con la Torino post-industriale fuligginosa e triste nella quale eravamo vissuti, che la fatica passava ogni volta che alzavamo gli occhi dal tavolo e facevamo un giro nel sito. Torino non era più una città, era un gigantesco sito olimpico: colorato e raggiante.

Da qualche anno ormai – con il Giubileo del 2000, si dice – erano iniziati ad arrivare i turisti, merce completamente sconosciuta a quanti come me cresciuti tra gli anni Settanta e Ottanta. In quegli anni, a Torino arrivavano quasi solo scolaresche a visitare il tetro Museo Egizio e le sue mummie allora affastellate in teche immense, con scritte leggibili solo con la lente  da ingrandimento, e illluminate con lampadine da 40 watt. Roba da incubi ricorrenti e abbandono scolastico, altro che cultura.

Con Torino 2006, improvvisamente: “Passion Lives Here” – il miglior slogan olimpico di tutti i tempi, soprattutto se ironicamente appiccicato ad una città non proprio simbolo di forti passioni (a valle del Risorgimento, se non altro; e ne son passati di decenni dal compuntissimo Cavour). E noi, stakanovisti della olimpiade, eravamo il centro, o almeno il motore di quella passione.

C’era il capo tombeur de femmes – ovviamente sposato – con ammiratrici di vario peso e tonalità di biondo. C’era la collega-gemella anche lei temporaneamente rientrata all’ovile da lidi meno lontani dai miei ma sempre anglofoni. C’era il misterioso e fascinoso greco, mago della logistica, richiamato da olimpici numi perchè ci salvasse dal sicuro naufragio organizzativo. C’erano un numero incontenibile di soldati, Alpini, Finanzieri, poliziotti, che ci facevano sentire sotto scorta (o sotto assedio) ad ogni passo. C’era la Coppia di Ferro, biondissimi australiani che da vent’anni girano il mondo a dirigere scompartimenti interi del carrozzone olimpico. C’erano le narcise del CIO, incapaci del minimo spirito, concentrate sul lavoro come sulla fine del mondo. C’ero io, ancora frastornata dal ritorno da New York, con molto più americano che italiano sulla punta della lingua, che parlavo come quasi tutti a tre piste: con un collega di fronte a me, all’auricolare del cellulare, e nel walkie-talkie. Di solito, mentre correvamo da un lato all’altro dell’immenso Lingotto. Multi-tasking, multi-talking, multi-walking.

La quiete olimpica, quando per quelle poche ore finalmente si posava, era davvero benvenuta.

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