Leggera sindrome di Gulliver, mi sono auto-diagnosticata in un giorno di inverno nei pressi di Beit She’an.

Ero in viaggio con alcuni colleghi di lavoro, destinazione Giordania. Il guidatore del minibus aveva appena fatto un errore plateale di percorso e ci aveva portati a spasso lungo il confine giordano da Beit She’an a Allenby Bridge e ritorno. I visti che avevamo ottenuto per la visita professionale in Giordania valevano per uno solo dei varchi, e il guidatore (tipico zabar israeliano so-tutto-io-voi-che-ne-capite) non ci aveva ascoltati quando avevamo fatto notare l’equivoco.

A guardarla sulla cartina non si trattava di una distanza immensa, ed è scattato l’eureka: Israele è una strana Lilliput, in cui gli umani sono tutti dal più al meno delle mie dimensioni, ed è il paese ad essere di dimensioni ridicole. Può essere attraversato – tutto – da est ad ovest in meno di due ore di macchina, e da nord a sud in sei ore. Per questo è un paese adatto alle biciclette e ai cammelli. Andando più lentamente ci si mette un po’ di più a toccare un confine. Siamo palline di un flipper, e se becco quello che non la smette di dar scossoni per tenere vivo il gioco con qualche pericolo esterno, gliene dico quattro.

La sindrome di Gulliver fa sì che gli abitanti di questo meraviglioso paese sentano il bisogno di andarsi a sgranchire le gambe una o (se fortunati) due volte l’anno in luoghi più spaziosi. E siccome i paesi limitrofi non sono molto amichevoli con i turisti israeliani, si producono esodi biblici che passano in uscita ed in entrata per l’unico canale possibile a parte il mare: il Ben Gurion International Airport. Chi è stato in Israele sotto le feste ebraiche o nelle ultime due settimane di agosto, sa bene che varia umanità vociante riempie l’aeroporto e gli aerei. Sul dettaglio dei bambini sistematicamente a piedi nudi e con la bocca piena di qualche junk food io ancora mi interrogo, paziente. Prima o poi mi rassegnerò al fatto che l’unica spiegazione è che da grandi saranno dei Gulliver anche loro, e dovranno trovarsi a casa in qualunque aeroporto, scalo, aereo.

L’importante è che non si cominci anche a parlare coi cavalli, cosa che sarebbe un filo più difficile da spiegare.

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