Primo tango a Parigi, ma lo stesso la ville lumière non sarebbe stata casa mia.

Parigi era gelida e ventosa all’alba del nuovo millennio. Io studiavo, di nuovo e sempre: una lingua quasi nuova nelle orecchie. Il quaderno con gli esercizi in ordine, tutte formichine della logica con spazi bianchi intorno, per pensieri coniugati al futuro. Un cileno per compagno di banco. Un coreano grande come una montagna sapeva tutte le risposte ma non le poteva pronunciare. L’americana innamorata della città si sedeva dietro di me e chiedeva traduzioni simultanee a ogni pausa.

La Metrò era la mia giostra, mi portava ovunque e ritorno. Musei e giardini dopo la scuola. I compiti al sole d’inverno, sulle sedie di ferro dei Jardin du Luxembourg. Presto però i sudamericani mi hanno adottata, e con loro le giornate si sono raddoppiate: di giorno studenti, di notte tangueros.

Una porta semplice e grigia si apriva su di un lato buio degli Champs-Elysées, e dietro danzava un mondo nuovo e caldo di colori, musica, profumi forti addosso alle donne. Il cubano non aveva un nome; io arrivavo e lo imparavo guardando. Era scuro come la notte parigina. Ballava senza posare i piedi a terra. Beveva acqua, profumava di cannella e di qualche cosa di dolce. Non una perla di sudore, non un ricciolo nero che perdesse l’equilibrio, nel volteggiare eclettico e morbido.

Lui si avvicina e porge la mano con un minimo cenno del capo: sì, il tango è il vortice da cui ci si fa portare, ma le regole sono di ferro, in questo regno bronzeo. Solo gli occhi parlano e invitano a seguirlo al centro della sala, e il dopo è un’orchestra che suona vicinissima e un milione di facce piedi spalle teste che girano. L’ultima metrò al limite della notte era il saluto naturale per le cenerentole dell’ultimo ballo, e senza perdere scarpette ci salivo appoggiando appena i piedi sulla pensilina.

Lungo le serate di tango e le giornate di lezione si adagiava però sempre più a fuoco l’immagine della Gare de Lyon, il TGV veloce e definitivo verso casa. Parigi è stata un breve inverno senza strascichi. L’unico rimpianto, aver dimenticato subito quel tango soffice ed elastico.

.