Fuori, platani ed ippocastani al posto delle palme. Su strade, selciato, edifici prevalgono i toni di grigio sul mio quotidiano bianco crema e beige. La polvere qui non si accumula in ogni angolo ed anfratto, e non si vede sabbia. Anche lo sporco è diverso per natura e sostanza.

Ghiande sul marciapiede: le guardo con rinnovata curiosità. Poco più avanti trovo castagne matte appena cadute col riccio e ne raccolgo automaticamente una liscia e tonda come talismano anti-raffreddore in vista dell’inverno. Chissà se il potere magico vale anche a Tel Aviv. Me la sento in tasca mentre scendo le scale della metropolitana milanese.

Dondolo in piedi accanto a un signore nerissimo di pelle, vestito con un completo nero e la camicia bianca abbagliante. Purezza del contrasto. Sconosciuti dal viso noto in metropolitana; osservo questi italiani mischiati e stretti nell’ora di punta. Silenzio e fermate fino a destinazione.

In centro passano e vanno uomini ben vestiti nonostante il caldo già fuori stagione. Indossano profumo, molti. Completi scuri, poche le giacche gettate sulla spalla. Pochi anche i bambini. E’ martedì mattina, razionalizzo, saranno tutti a scuola. Ma in Israele bambini se ne vedono a ogni ora di ogni giorno, come se debordassero dai piccoli appartamenti o da asili e scuole fin fuori, a riempire vocianti le strade.

Una giornata a Milano, per niente una mia città.

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