Un container pieno di… fette biscottate italiane, di marca oscura, probabilmente venduta in Italia nei magazzini Lidl o similari. Però sono qui, nel mio super sotto casa, in file ordinate quanto aliene accanto alla cassa.

Orfana mai consolata di mamma Fairway, il supermercato ultrainternazionale dell’Upper West Side, io quando vedo qui in Israele prodotti italiani che di solito non si trovano, mi commuovo e ne compero il doppio del necessario.  Ovvio. Potenza del complesso del container.

Agli albori dello stato – cioè nei vicinissimi anni ’60 e ’70 – le merci considerate allora di lusso arrivavano via mare in container. (A dire il vero la cosa avviene ancora, ma non sono più gli albori, abbiamo combattuto un certo numero di guerre e costruito l’impero delle hi-tech, e siamo decisamente più sfatati.) Qualunque cosa contenesse il container, era automaticamente preziosa. Chi poteva permetterselo comperava, e poi centellinava i prodotti. E quando il carico era finito, era finito e non si sapeva quando o se ne sarebbe arrivato un altro.

Le  fabbriche israeliane nascevano una ad una, i bambini già facevano merenda con il cioccolato al latte locale  con la mucca in rilievo, i vestiti da lavoro erano già prodotti a livello industriale. Ma la Osem era ancora incapace di fare della pasta decente, e molti altri prodotti alimentari (compresi frutta e verdure) semplicemente si lasciavano nel paese di origine qualunque esso fosse. In Israele non erano una priorità, o non crescevano per ragioni climatiche. Adattarsi, parola d’ordine.

Oggi la globalizzazione è completa, la frutta e verdura orgogliosamente locale si è moltiplicata sui banchi dei mercati, e ad essa si aggiungono le importazioni. Anzi, si sente anche qui già un trend opposto di localizzazione come in nord Italia (ma c’è un solo e periferico Presidio Slow Food). Eppure, al solo vedere fette biscottate rotonde viene l’acquolina in bocca e scatta l’accaparramento.

Fino al prossimo container-sorpresa.

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