La conta dei richiamati comincia domattina, segno di un’operazione in larga scala dell’esercito.

Purtroppo ho molti amici più giovani di me, che ancora ricevono la telefonata ben poco desiderata dai più. Entro 24 ore si presentano alla base, e poi via, destinazione. Per lunghe giornate possono non farsi vivi con mogli e figli, e qui quando si dice non farsi vivi la cosa suona sinistra, almeno in italiano. Forse non stanno come d’autunno sugli alberi le foglie: non ci sono trincee, sono ben vestiti ed armati, e mangiano regolarmente. Sono a poche decine di chilometri da casa. Eppure è guerra, e in guerra si muore, da tutti e due i lati.

Cerco di non leggere i giornali online, e cerco di non immaginare il cumulo di inesattezze, falsità e semplici idiozie che scrivono in queste occasioni. Mi limito a guardare un notiziario la sera, e ad essere a portata di radio qualche volta durante il giorno, all’ora esatta. Le Chadashòt (notizie) sono parte integrante della vita, quando si vive nell’occhio del ciclone.

Gaza è a 71 chilometri da casa mia. Si parla di allerta massima della popolazione di tutto il paese, e di missili a lunga gittata che potrebbero arrivare fino a Tel Aviv. Domani sera qui si apre il Beaujolais Nouveau, ma come si fa ad andare alla festa che ogni anno accoglie l’inverno. Qualcuno degli amici soliti potrebbe aver già ricevuto la chiamata. Qualcuno potrebbe essere già da qualche parte intorno a Gaza. E noi a che brindiamo?

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