La prima sirena a Tel Aviv mi ha colta impreparata, ovviamente.

Certo erano giorni ormai che si seguivano le news con crescente preoccupazione. E certo le minacce di Hamas di colpire Tel Aviv erano chiare e i telegiornali le ripetevano, ma senza davvero crederci. E invece.

Ero appena ritornata a casa, stavo preparandomi a cenare in fretta prima di una serata a teatro. Nell’istante in cui mettevo il pane sulla tavola e mi apprestavo a spostare la sedia per sedermi, sono rimasta con le mani a mezz’aria mentre le mie orecchie comunicavano incredule al cervello “questa che suona è LA sirena”.

Per ovvio che sia, ho sentito il cuore rimbombare in tutto il corpo, le mani mi tremavano un pochino, ho preso il cellulare, mi sono infilata le scarpe e sono scesa al piano di sotto. In assenza di rifugio il vano scale è il luogo più sicuro. La protezione civile dice di aspettare dieci minuti al sicuro prima di tornare a casa. Li ho passati chiacchierando coi vicini, molti dei quali si ricordano dei missili di Saddam nella guerra del Golfo. Pare che allora passassero lunghe ore sulle scale.

Dopo la paura e l’immersione nel cinismo condito di rassegnazione e fatalismo dei vicini, la domanda era che fare dei biglietti del teatro. All’ora dell’appuntamento (45 minuti dopo il suono della sirena) la decisione è stata: tra aspettare tutti soli a casa la prossima, e sentirla eventualmente a teatro, in compagnia, buona la seconda.

Per fortuna la piéce era divertente e leggera. Attori stagionati, spettatori ben disposti. Nessuna ulteriore sirena. Speriamo sia buon segno. La prima, a noi telavivesi viziati è bastata e avanzata.

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