18 anni, divisa verde oliva e piastrine. Si chiamava Yosef Fartuk e non so assolutamente nulla di lui o della sua famiglia, per adesso. Ma questo paese è piccolo e presto o tardi scoprirò che conosco qualcuno che lo conosceva.

L’esercito è molto attento a non divulgare troppe informazioni quando cade un soldato, e a non far trapelare nulla alla stampa finchè la famiglia non è stata avvisata. Non serve sapere come e perchè: è morto un diciottenne, che per essere dove era doveva aver già finito il tirocinio; era un soldato vero, non un ragazzino col fucile.

Se ne vedono tanti in giro in questi giorni: divise di tutte le tonalità, facce dai 18 ai 40 anni cui è inutile far troppe domande. Anche se lo sanno, non dicono dove sono destinati. Non c’è solo Gaza in Israele. Quando l’allerta è alta come in questi giorni, si tiene d’occhio ogni confine. E si sa quanti confini non troppo amichevoli abbiamo. Un amico di recente scherzava sul fatto che io sono cresciuta a Torino, tra Francia e Svizzera: “poverina, al massimo ti tiravano formaggi o cioccolatini!”

Lo so, se uno volesse fare del giornalismo dovrebbe riportarli tutti i numeri. I morti a Gaza, i feriti da una parte e dall’altra. Il terrore quotidiano di missili e attacchi aerei. Per questo mi limito a scrivere un blog, una pagina personale.

Yosef io non lo conoscevo, ma ho amici che hanno già figli della sua età. Non posso immaginare il dolore dei genitori, anche con tutto il patriottismo e il sostegno personale e ufficiale che riceveranno. Non so se hanno altri figli che siano di consolazione. So che anche questo è un morto di troppo, che aveva l’età in cui ci si deve innamorare, oltre a leggere, divertirsi, girare il mondo. Yosef non ritornerà a casa dalla sua prima guerra. Speriamo che per tutti noi sia anche l’ultima.

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