Pigùa e cessate il fuoco (del tutto sulla carta, mentre scrivo) nello stesso giorno. Roba da lasciarci le coronarie.

“Pigùa” è una delle prime parole che si imparano in Israele: attentato, attacco. Ricordo quasi cinque anni fa, una mattinata intera di ulpan (scuola intensiva di ebraico) dedicata alle parole legate a attentati, guerra, emergenze. L’insegnante le ripeteva con pazienza, concentrandosi sul suono, perchè le imparassimo a distinguere in momenti di caos e panico.

Oggi ero in passeggiata quasi vacanziera con una amica nel Park HaYarkon, il Central Park di Tel Aviv – che sta a nord, invece che al centro della città. Una giornata così bella non la si poteva passare tutta in interni freddini da autunno israeliano. Fuori il sole attira troppo. A metà dell’ora bucolica rubata alla giornata, prima notiamo elicotteri in volo e poi arriva la conferma via telefono: pigùa, nel bel mezzo di Tel Aviv.

Una settimana fa sedevo a pranzare al sole in un bar ristorante con vista sul luogo dell’attentato. Qualche giorno prima avevo avuto un appuntamento nel palazzo di fronte. Di recente sono stata a teatro e all’opera lì accanto, letteralmente. Questa è la mia città, ci vivo, ci lavoro, esco con gli amici. E ci sono terroristi che vorrebbero farla ripiombare nell’angoscia dei primi anni 2000, città di autobus che esplodono e di genitori che sparpagliano i loro figli su autobus diversi in modo da minimizzare le probabilità che muoiano tutti nello stesso attentato.

Il cessate il fuoco unilaterale deciso oggi da Israele è entrato in vigore alle 21 locali, ma i missili han continuato a cadere e le sirene a suonare,  i cittadini del sud a entrare nei rifugi. Da oggi qui a Tel Aviv non è più solo questione di sirene e di quanto ci protegge o meno l’Iron Dome: c’è chiaro e presente il pericolo di nuovi attentati, relativamente facili da tentare.

Mi piacerebbe tanto, mi piacerebbe davvero che stasera fosse il finale di un brutto film. Purtroppo invece, questo è un genere di film che ha molti sottofinali, prima che si arrivi ai titoli di coda. Senza un nuovo avvio del processo di pace, senza togliere ai terroristi la motivazione ad ammazzarci sentendosi giustificati dall’opinione pubblica occidentale, si rischia di non arrivare a vedere il finale, nè noi nè i palestinesi.

Mi domando senza retorica, a chi conviene di più trascinarsi così, senza dialogo, senza fine.

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