Incredibile quiete, sole estivo e spiaggia questo shabbat.

Camminando verso il tempio stamane, senza calze e in maniche corte, ripensavo alla semplice saggezza di una amica che dopo la prima operazione Gaza, Cast Lead (עופרת יצוקה) mi disse “vedi quest’inverno non fa freddo, è dio che ci risparimia la fatica dell’inverno dopo aver vissuto la guerra”. A pensarci, lo stesso commento si fece durante il mio primo inverno newyorkese, nel 2001, con il Ground Zero che ancora fumava e l’odore che appestava il Financial District. Quell’inverno, New York quasi lo saltò, la primavera arrivò presto a risvegliare la città.

Ma sole o non sole, è chiaro ormai che la colonna di nubi (עמוד ענן = Pillar of Defense) di biblica memoria, nonostante le migliori intenzioni dell’esercito non ci ha guidati affatto fuori dal deserto, fuori dalla palude delle ripetizioni strategiche e militari. A questo si aggiunge la nuova situazione geo-politica, checché se ne dica qui in Israele. Noi che viviamo nell’occhio del ciclone, ogni momento di agitazione proveniente dall’ONU o comunque da fuori lo smitizziamo, minimizziamo.

Forse è colpa di quanto ho sentito vicina la guerra questa  volta, nel mio piccolo di telavivese viziatella. Fatto sta che minimizzo anche io. Un titolo senza svolgimento non vale nulla. Nulla è cambiato a Ramallah (e ancor meno a Gaza) dopo  che han ballato tutta la notte. Al massimo, ci sarà stato uso estensivo di aspirina: dopo tutto quel ballare si saran svegliati col mal di testa – anche senza bere.

Ci vorranno ben altri sforzi perchè cambi davvero qualcosa. La storia sporca le mani, e come sappiamo bene noialtri, non si fa soltanto nelle sale asettiche delle Nazioni Unite.

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