A Haifa i cioccolatini ZIM annunciano l’arrivo del treno a destinazione. Ordinati in file compatte, i container paiono tavolette di cioccolata nella vetrina di una pasticceria. Il viaggio  di un’ora mi ricorda quanto vicina sia Haifa a Tel Aviv, eppure sembrano luoghi così lontani, estranei. Tutta quell’altitudine, quartieri intieri costruiti in salita, Genova e Napoli del medio-oriente nei miei occhi. Alle mie spalle qui al fondo il mare, arco senza frecce, morbido, appoggiato sornione sulla città che lo abbraccia. ZIM container

Arrivare dal mare ha il vantaggio dell’umiltà. La città bassa è portuale, città di lavoro duro e negozi di materiale a me sconosciuto per forma e colori, logicamente cose di navi. Buffo come essere per metà veneziana, anzi lidense, non aiuti per nulla a trovarsi a casa in un porto.

A Tel Aviv i porti sono diventati zone di shopping e turismo e non hanno più la natura di punto di attracco e uscita delle navi. Sia il Namal che Jafo sono ristrutturati, belli e puliti: ci si va per mangiare pesce con gli amici, oppure al mercatino delle verdure al venerdì mattina. L’imborghesimento della città si può misurare sul numero di boutique e alte firme che hanno aperto in riva all’acqua. Piccoli triangoli bianchi di barchette a vela sono il massimo di navigante che si veda.

Se Tel Aviv è troppo priva di quinte, e a volte mi sorprendo a cercare le mie colline (o le montagne) nella fuga di una via, a chiudere l’orizzonte, Haifa ha quinte incombenti. Dal basso, tutta la città pare spingere per tuffarsi in mare. Ci metterei del bel tempo ad abituarmi, dovessi vivere qui. Probabilmente mi verrebbero le vertigini.

Uno sbuffo imporvviso di vento mi fa pensare che però Haifa ha anche qualche cosa di Trieste, e questo me la fa diventare subito amica.

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