Seconda candelina e 24°C, gente in spiaggia fino al tramonto. Inverno a Tel Aviv.Channukka2

La dedico alla neve, che mi manca da quando ho fatto l’aliyah e l’ho abbandonata dall’altro lato dal Mediterraneo. Soprattutto l’ho abbandonata nelle domeniche rubate a Torino, per salire a fare la Cogne-Lillaz o la Valnontey, tutta roba da sciatori noiosi, fondisti come noi. Sudore e vestiti a strati, che poi si rimane in maglietta anche sotto zero.

Mica vero però che non ho mai visto la neve in Israele, blitz italiani a parte: il mio primo inverno israeliano, nelle altitudini di Gerusalemme, è stato il più freddo della mia vita, principalmente per via della mancanza di riscaldamento in casa. E ha nevicato ben due volte. Una volta, siamo rimasti tutti chiusi in casa due giorni: gli spalaneve non credo esistano nella Città Santa, e con dieci-quindici centimetri la città si immobilizza.

All’epoca studiavo ebraico all’Ulpan, che distava una buona mezz’ora a piedi da casa. Qui la neve non arriva all’improvviso, e qualche giorno prima le insegnanti han fatto lezione di previsioni del tempo, per insegnarci a capire nei notiziari via radio se le scuole (ulpan compresi) sarebbero state aperte o chiuse il giorno dopo. Io poi dalla radio, Reshet Bet, non mi sono mai staccata. Ne ho fatto il mio primario veicolo di ebraico corretto da ascolto, mattina e sera. Tutto grazie a quelle nevicate.

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