La memoria è una foto in corridoio, in un punto mai ben illuminato. E’ una foto ingiallita e un po’ sbiadita, molte file di bambine con i grembiuli bianchi. Una bambina fra le più piccole mi somigliava in modo impressionante. Stesso visino ovale, stessi capelli ondulati che si indovinano castani chiari. Di anno in anno, crescendo, arrivavo a vedere quella foto sempre meglio, ad altezza occhi. Per quanto chiedessi con insistenza, mi veniva sempre risposto che no, non è una mia ava. Era di un’altra famiglia, nessun legame di parentela. E non è mai ritornata.

Questa frase “non è mai ritornata” è il primo nucleo del dipanarsi della storia di noi ebrei a metà Novecento, per me. Ritornata da dove? E perchè ci era andata?

A casa non si facevano domande. Le foto di famiglia si guardavano poco. La nonna preferiva i vivi. Solo en passant, qualche volta afferravo al volo un nome, quando quel nome era pronunciato con un velo palpabile di tristezza aggiuntiva, che non era la semplice tristezza che emana dall’affetto per qualcuno che non c’è più. C’erano nomi che venivano pronunciati sempre a gruppetti, piccole famiglie, persone accomunate da un unico destino. Cugini, zii, che non erano tornati.

Poi un giorno a scuola in sala proiezioni, nonostante la nostra tenerissima età, abbiamo visto.

Sono passati decenni, ma mi ricordo il rumore a scatti del proiettore, e il fiocchetto rosso in testa alla mia compagna di banco; e ogni fotogramma accompagnato dalle spiegazioni pazienti dell’insegnante. Erano i filmati originali degli Alleati, temo. Il luogo da cui non si ritornava prendeva forma davanti ai nostri occhi. I cancelli, il filo spinato, gli occhi grandi e i corpi affamati.

Aveva ragione la nonna a preferire i vivi.

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