Condannata alla minoranza a vita, e senza sconti. Ma perchè? Ho il gene della minoranza e nessuno mi ha avvisata? Oppure mi autoinfliggo la condizione di minoranza, e provo anche a fare dell’autoironia. Come se l’ironia facesse compagnia. minoranza

L’ultima volta che mi sono sentita parte di una maggioranza – per nulla silenziosa – è stato nel periodo aureo della FGEI di inizio anni ’90. Adesso anche la FGEI ha un nuovo nome, ma allora io ero fra le giovani leve, estratta appena in tempo dalla Hashomer nazionale che abusava del mio tempo e della mia pazienza.

Alla Federazione Giovani Ebrei d’Italia arrivavo con un pedigree di platino. E a diciott’anni mi han sbattuta in prima linea, mossa geniale per bruciarmi sul colpo. Invece ho tenuto duro, anche troppo a lungo. Commissioni, consigli, congressi, raduni, seminari, e soprattutto montagne e mari di campeggi. La vita si contava a settimane, fra un incontro e il successivo. Dormire era considerato un passatempo inutile.

Lì, alla FGEI ancora settoriale e sinistrorsa, ero a casa. Ma dopo quegli anni, o anche in quegli anni ma al di fuori della bolla protettiva di mamma FGEI, è stata minoranza continuativa e impietosa.  E sia.  Son cambiati tutti i simboli, son passate due generazioni di politici, mani sporche e mani pulite, ho fatto il dovuto passaggio in America (naturalmente negli anni fulgidi del Bush diversamente intelligente), e, approdata finalmente in Israele, rieccomi in un partito di minoranza.

Ha ragione un mio amico di destra ma simpatico: è palese che lo faccio apposta. Ma sono io, o non è invece il mondo che non ha ancora imparato a girare per il verso giusto?

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