Ogni teoria è meno fantasiosa della realtà, quando si inciampa in un rebus tridimensionale.

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Portico piacevolmente ombroso. Tubo grigio che riversa l’acqua del condizionatore, oggi acceso in questo Chamsin che porta cavallette e attimi di follìa anche in mezzo alla città. Un mazzo di rose rosse giace, con i gambi a ricevere le goccioline d’acqua. L’aria comincia a farsi meno asfissiante, sono passate le cinque, ma i petali sono già orlati di scuro.

Il primo istinto è il salvataggio. Prendere le rose, portarle a casa e metterle in vasca da bagno. Ma non saranno di qualcuno?

Lasciate temporaneamente sul lato dell’ingresso di casa. Lei è ritornata a prendere qualcosa di dimenticato, lui ha appoggiato le rose un momento, con un cenno al negoziante per dire torno presto, ed è salito a rubare un bacio.

Buttate a terra dopo un litigio. Lei lo ha capito subito, lui non le porta mai rose, che anniversario abbiamo oggi? Nessuno. E allora, perchè quelle rose rosse? Qualcosa da farsi perdonare? Un passante gentile li ha visti separarsi e ha messo le rose sotto l’acqua, magari poi lei ritorna, lo perdona.

Non regalate per eccesso di timidezza. Lei è bellissima, lui non avrebbe mai sperato che gli concedesse un appuntamento. L’amico (francese) lo ha convinto a portare le rose perchè si fa così, al primo incontro. Ma lui (sabre) quel mazzo di rose rosse se lo sentiva pesante, demodè, gli faceva sudare le mani. Almeno che qualcun altro possa regalarle, ecco il punto perfetto, sotto il tubo del condizionatore.

Vita da città, dove ogni oggetto ha una vita o l’ha avuta.

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