C’è crisi e crisi, riassumo, parlando con amici italiani che dopo una settimana in Israele non hanno nessuna voglia di ritornare in Italia.

Vero, qui in certe zone del paese si corre ai rifugi a ogni allarme rosso. Si contano i danni nei cortili degli asili, ai balconi delle abitazioni civili. Civili. Vero, qui abbiamo tempeste di sabbia, invasioni di cavallette, chamsin che toglie il fiato. Vero, qui basta che un prigioniero palestinese muoia di cancro e i territori minacciano la terza intifada. Che è come la Terza Guerra Mondiale durante la Guerra Fredda: tutti ne parlano ma nessuno vuole veramente farla perchè si sa che produrrebbe più danni che benefici ad entrambe le parti. Crisi politiche, militari, metereologiche, da vendere.

ITIL

Però, in Israele si coniuga ancora al futuro. Pullulano le iniziative a ogni livello per promuovere la entrepreneurship – lo stato di grazia che sta fra l’avere una bella idea, metterla per iscritto, lavorarci, e poi sperare che qualcuno ti aiuti a realizzarla. Ci chiamano la start-up nation, e hanno ragione. Qui i giovani si sposano da giovani, non aspettano di avere una “posizione”, spesso non hanno ancora finito l’università – che si fa dopo il servizio militare. Esci dalla zavà a 21 anni dopo tre anni a dir poco intensi; naturale innamorarsi no? E chi ti impedisce di studiare da sposato, facendo in due un lavoro qualunque per pagare l’affitto? Il futuro che avanza sono i sacchi di vestitini e giochi che passano di casa in casa nel giro degli amici, e spesso fanno parecchie tappe prima di autodistruggersi. Roba da anni Settanta? Non in Israele.

In un Paese dove quello che conta è sempre e forse troppo la sostanza, se un’idea è buona è obbligatorio che qualcuno ci investa. Se un vestitino va giusto ad una bambina è ovvio che lo userà. E per l’anno prossimo si vedrà. La progammazione, sempre il minimo indispensabile.

Per questo in Israele il futuro è adesso, continuamente.  Amici italiani, fate buon viaggio ma ritornate presto a farvi un altro bagno di futuro, che vi ispiri un po’ quando sarete troppo immersi nel perpetuo passato/presente italiano.