25 anni fa non ci potevo semplicemente credere che Primo Levi fosse morto, poi morto così. Così in fretta. Così vicino alla mia casa torinese. E in un giorno di aprile, ma come, proprio aprile che a fine mese si festeggia ancora e sempre la Liberazione.Primo

Oggi prevale il sentimento di essere stata fortunata, per aver anche solo una volta camminato con lui in montagna, tra Lillaz e Cogne, pestando quel sentiero che avevo fatto mille volte col passo veloce della ragazzina che ero. Quel pomeriggio lo facevo lentamente, tenendo il passo dei due grandi vecchi davanti a me: Primo e Silvio (il Lungo); ma quella lentezza non mi pesava.

Nemmeno mi pesava il silenzio, che in montagna segna l’intimità del camminare insieme, mani incrociate dietro la schiena, o appese ai lacci dello zaino. Il silenzio, o piuttosto l’assenza di parole, è una delle memorie che ho di Primo Levi. Non conoscendo altri scrittori, allora mi pareva una caratteristica di chi mette le parole per iscritto, come se non gliene restassero poi altre da dire a voce. Ancora adesso, quando sento una sua intervista la voce mi pare falsa. Primo Levi era scritto, non parlato. 

25 anni dopo, a pensarci davvero siamo tutti immensamente fortunati, che Primo Levi abbia scritto. Anche le parti più dure, più nere, sono un patrimonio inestimabile, che purtroppo fra pochi anni diventerà parte di tutto quel che rimane dei testimoni. Lui è andato via troppo presto, ma scripta manent.

(11 aprile 2012)

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