Di Marco posseggo una sola fotografia. E’ qui con me a Tel Aviv, in un lato non troppo esposto di una vetrinetta. Non è una foto qualsiasi: è quella che da bambina guardandola non capivo. Se è il nonno, perchè è in maniche di camicia, così casual, sotto un sole forte che abbaglia, e tiene nella mano destra quella che sembra una pipa? E se non è il nonno chi è? Nessuno in famiglia gli somiglia così tanto.Zio Marco

Era mio zio Marco. Lo zio che non ho mai conosciuto. Fratello grande di mia madre, fratello piccolo di mia zia. Nato durante la seconda guerra mondiale, come un grido di speranza nell’Italia già oltre orlo dell’abisso. Morto da soldato in un avamposto sul Canale di Suez, nel secondo giorno della guerra del Kippur. La polvere che si alza al passaggio dei tank, l’attacco degli egiziani, i nostri troppo avanzati, pare.

Trentun anni e una moglie, e una vita in Israele così voluta, così nel pieno della realizzazione. Inutile cercare in cielo o in terra, non ci si spiega e non ci si consola di un figlio e di un fratello prima disperso, forse prigioniero, poi definitivamente perduto. Senza un addio vero, lui che partiva come riservista, alle spalle pochi mesi di addestramento come tanti.

Il suo non ritornare dalla guerra ha cambiato per sempre la mia famiglia, e io, che a allora malapena camminavo, non ho mai conosciuto non solo lo zio Marco, ma anche la vita del prima, quando lui c’era e nessuno poteva pensare che sarebbe andato via così, dopo mesi atroci di attesa della restituzione dei prigionieri, e nessun addio.

Così domani sarò io, la nuova israeliana, a portare l’addio annuale nel giorno in cui si ricordano tutti i caduti di tutte le guerre. Sassolini italiani per la sua tomba, che si mescolino a quelli israeliani di Kiryat Sha’ul.

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http://www.izkor.gov.il/HalalKorot.aspx?id=94515

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