Il paradiso in terra ha un nome, anzi due, come molti luoghi in Israele.

Ci sono arrivata dopo una gita sotto il sole cocente di inizio marzo, con un gruppo di variegati olim (nuovi immigrati) dell’Ulpan Etzion. Avevamo dormito in ostello, visitato archeologia, mangiato all’israeliana panini e insalate alle 10 del mattino (voglio il mio croissant!!), avevamo risalito il Golan, scalato un vecchio avamposto, guardato oltre il confine siriano, eravamo ridiscesi tutti beige di terra dalla testa ai piedi.

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Il passaggio del cancello a Sachne, o Gan HaShlosha è coinciso con la consapevolezza che stavamo entrando in paradiso.

Sfido chiunque ci sia stato in un giorno feriale a contraddirmi. Il verde intenso dei cipressi e degli eucalipti, i laghi di acqua azzurra e trasparente fino al fondo, pietre bianche tutto intorno, brezzolina leggera.

Nel weekend invece, il tutto è un tappeto di umanità vociante, barbecue e radio a tutto volume: com’è facile trasformare il paradiso in inferno. Basta aggiungere persone.

Dunque è stato un batter d’occhio: tutti in acqua chi vestito chi in costume, a ripulirci della terra e a perdere per qualche minuto il peso del corpo, galleggiando alla deriva, liberi e rinfrescati, sapendo che le cascate erano protette da una fila di pietroni.

Fosse sempre così, la vita.

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