Non ci si abitua mai abbastanza presto alla porzionatura dei piatti in Israele. E dire che io sono arrivata qui dopo quattro anni di America, che anche lei, con le porzioni, non scherza per niente. In America credo ci sia ancora l’eredità dei costruttori di ferrovie e lavoratori pesanti, tutti uomini, che si nutrivano compatibilmente alla fatica fisica esercitata per 10-12 ore continuative.

In Israele ci sono due eredità nel piatto strabordante: quella dei pionieri che da bravi ebreini intellettuali europei si trasformavano in una sola generazione in rudi contadini (il nuovo ebreo, quello che zappa la terra e costruisce il Paese), e quella parallela delle madri che avevano fatto la fame vera, per lunghi anni, nella prima e poi nella seconda guerra mondiale. Prendi ancora, che devi crescere. Prendi ancora, non me lo lascerai lì. Prendi ancora, dici sempre che ti piace…

Come questo affetto bulimico sia passato ai ristoratori non mi è del tutto chiaro, ma basta sedersi in qualsiasi Beit Cafè (bar ristorante) ovunque in Israele e ordinare un piatto per ciascun commensale ed è chiaro: il contenuto non è minimamente compatibile con quello che una persona mediamente nutrita può mangiare in un solo pasto. Soprattutto se fuori ci sono 35 gradi, soprattutto se è estate (cioè 7-8 mesi l’anno qui da noi), e soprattutto se si mangia in fretta per poi ritornare al lavoro o alle attività della giornata.

Va detto che i picchi di quantità li tocca di solito l’insalata israeliana, piramidi di semplici pomodori e centrioli a cubetti con aggiunta a volte di cipolla. E tuttavia, tre etti netti di insalata di solo contorno possono stroncare molti stomaci. Turisti e nuovi immigrati avvisati.

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 (pubblicato il 20 maggio 2013 su Pagine Ebraiche 24 – http://moked.it/unione_informa/130520/130520.html)

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