L’isola dei cappotti sta lì, apparentemente davvero ancorata a qualche terra giù in fondo alla laguna.

isola cappotti

Non è cambiata tanto dai tuoi tempi, nonno. Quando arrivavi a Venezia da Padova e tutti voi pendolari vi alzavate in simultanea appena l’isoletta compariva: con gesti rapidi da treno vi rimettevate tutti il cappotto, appunto.  E i guanti di pelle e il cappello, c’è da scommetterci. E’ un film in bianco e nero, questo qui. Con un intervallo lungo e doloroso: tutta la seconda guerra che ha congelato carriere e azzerato speranze, oltre a portarsi via parenti e amici chi per sempre, chi come fosse. Poi gli anni del dopoguerra italiano, tu reintegrato, i treni ritornati ad essere soltanto mezzi di trasporto, da cui si sale e si scende quando si vuole.

Pensare che per quel lavoro sicuro alle Generali, colosso impiegatizio cui non si poteva dire di no con già due figli da mantenere e un paese bombardato e massacrato da veder rinascere; per quel lavoro, la sempreverde isola dei cappotti è ritornato ad essere un tuo panorama familiare anche se non più quotidiano, invece di un ben più brullo angolo di terra, qui dove adesso vivo io.

Lo so che la storia non si fa con i se, ma chissà. Chissà se invece foste partiti. Che piega diversa avrebbero preso le vostre (nostre) vite.  Impossibile dire. Da quel millenovecentoquarantacinque, la nostra famiglia è rimasta, mentre altri partivano. Famiglie appena ricongiunte si dividevano nuovamente. Tu continuavi la strada segnata, pause caffè in piedi, nebbia o sole sulla laguna, e ponti e calli attraversati sempre con passo veloce. Un’eleganza naturale e gentile, nessuno che si sentisse intimidito dalla tua altezza.

L’ho rivista a fine maggio, dopo un temporale lungo e bello, l’isola dei cappotti del nonno. Mi manca già.

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