I libri degli emigranti viaggiano, come piccoli clandestini nelle nostre valige; come non avessero peso.

E come spiegherei al check-in alla signorina El-Al che oramai mi conosce per nome, sa sono usciti i nuovi Camilleri, Malvaldi, Vargas, poi ho scovato un libro da Feltrinelli che mi ispira un sacco, quarta di copertina da colpo secco, e anche un libro di amici storici, nel senso che scrivono di Storia.. come facevo a lasciarli in Italia? Per fortuna a noi emigra(n)ti fanno un trattamento di favore. I chili di bagaglio sono solo un numero, alla fine dei conti.

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All’arrivo, i clandestini si compongono in librerie strane, che non rispecchiano le novità italiane e neanche quelle internazionali. Piuttosto hit-parade private, difficili da condividere perfino con gli altri emigrati. Tutto a un tratto diventa impossibile non avere l’ultimo libro uscito degli scrittori preferiti. Un Montalbano mancante è come essersi dimenticati “Nel mezzo del cammin..” e quelle poche terzine che mantengono il dominio certo su di una celletta di memoria assediata da coniugazioni di verbi e altro materiale più attuale in ebraico.

Nella mia libreria, in un una casetta telavivese anomala, non tutta bianca insomma, si fanno improbabile compagnia fra gli altri: Batya Gur accanto a Margherita Oggero, saggi di storia contemporanea, Jasper Fforde, tutto Marco Malvaldi, Amos Oz, la trilogia di Stieg Larsson, molti Fred Vargas, Mark Haddon, Safran Foer, raccolte di poesia in italiano, Fruttero&Lucentini, e tutto il Camilleri (Montalbano e non) uscito dal 2008. Ah, e un timido Harry Potter in ebraico comperato con volenteroso ottimismo. Segnalibro a pagina 19.

Va bene, finito il prossimo clandestino ritorno a imparare come si dice “babbani” in ebraico.

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