La sinestesia di bello e brutto, nuovo e vecchio, pulito e sporco, naturale in ogni città, raggiunge a Tel Aviv lo status di istituzione.

Semplicemente Tel Aviv nel 2013 non sarebbe sé stessa, se non ci fossero ancora nella stessa strada, nello stesso isolato, palazzi cadenti, scrostati, smangiati ai bordi, che stanno in piedi per evidente miracolo della gravità, e subito accanto piccoli gioielli del restauro conservativo oppure costruzioni del tutto nuove. La cosa può essere osservata in ogni quartiere, dove palazzi vecchi di a malapena cent’anni (bazzeccole, per noi europei) portano addosso segni profondi del tempo, e dell’aria di mare. Ma non solo quello. Altre stranezze, in parte tipicamente mediorientali, saltano al nostro occhio occidentale.

Per esempio, fili elettrici e cavi che escono da ogni piano, camminano per spigoli e lungo finestre e poi con un salto si raccolgono in delicate coccarde arrotolate, con ordine si direbbe astratto, intorno ai pali della luce. Assicurati con ganci, graffette, a volte con lo spago. Un fotografo potrebbe fare fortuna solo fotografando questi improbabili agglomerati di fili che, fra l’altro, sono in larga parte funzionanti, nonostante siano da sempre esposti alle intemperie (e sale e vento del deserto non sono cosa da poco).

E poi i tubi dell’acqua, corredati di estetici contatori colorati, che escono da terra per trenta o quaranta centimetri ai lati degli edifici, e sono utilizzati allegramente come: cavalletti per attaccare le biciclette, stenditoio per gli stracci bagnati, riparo temporaneo o stabile per i gatti, veri padroni della città.

In alto, i tetti bianchi e piatti, pensati per essere dei comodi spazi dove stendere il bucato al sole, sono stati gradualmente occupati in modo disordinato e incoerente da pannelli solari obliqui e da grossi cilindri bianchi che contengono l’acqua. Siamo tutti grati per l’acqua calda che grazie a questa occupazione dei tetti qui non manca mai, anche se a guardarla dall’alto Tel Aviv pare una selva surreale di birilli giganti e scivoli di vetro.

Tanto, a vedere la velocità con la quale questa città si rinnova e si ricostruisce, queste eredità del secolo scorso saranno presto archiviate in mostre fotografiche della “Tel Aviv di un tempo”. O così si spera.

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Pubblicato in “Pagine Ebraiche 24” – http://moked.it/unione_informa/130729/130729.html

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