Narrano leggende urbane che a Tel Aviv ci siano oltre 200 templi. Piccoli o grandi, stracolmi o che a malapena riescono a fare minian, cioè a raggiungere quel minimo di 10 uomini adulti per chiamarsi “comunità”. Io ci credo, anche perchè Tel Aviv era un centro per nulla periferico di studio e di vita ebraica quando ancora il concetto di ebreo laico non aveva preso piede come oggi, e un po’ tutti si ritrovavano al tempio quotidianamente o quasi (più o meno come oggi ci si ritrova al caffè all’aperto su Sderot Ben Gurion).

Eppure, quando come in estate gli abitanti della santissima e dorata Gerusalemme scendono al mare, ed entrano in contatto con la Tel Aviv bianca e molto poco santa (specie in zona spiagge), il lamento sabato al tempio è continuo. Ecco, qui proprio Shabbat non si sente, e ci sono le macchine per le strade, e guarda tutti questi bar e ristoranti aperti, ma come fate voi a stare a Tel Aviv, di settimana si fa perfino fatica a trovare un ristorante kasher, è come stare fuori Israele. Vero. Spiaggia piena di persone seminude, bar pieni da pranzo in poi, tanti turisti ma anche tanti israeliani, musica e megafoni dei bagnini che riempiono le orecchie. Non proprio un’atmosfera sabbatica.

Ma non si potrebbe provare a viverla come una ricchezza, la compresenza di queste due anime di Israele, quella religiosa e quella laica, e di tutte quelle intermedie, di complessa collocazione e imprecisa definizione? In fondo, non sono tanto diverse da quelle diasporiche, con la differenza che qui siamo fra noi. E la libertà di muoversi in ogni direzione sul filo che va dall’osservanza stretta al laicismo militante ce la siamo guadagnati con l’alyiah e con il vivere qui. “Nessuno mi può giudicare..” cantava la Caselli, secoli fa, dall’altro lato del mare.

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Pubblicato ieri in Pagine Ebraiche 24: http://moked.it/unione_informa/130819/130819.html

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