Quando si vive in Israele ma si è vissuta più di metà della vita altrove, è facile che capiti di non cogliere subito le novità del paese natale. Occupati come siamo a decrittare le notizie del telegiornale locale, succede di perdersi delle tendenze, delle novità, avvenimenti che nel paese d’origine sono sulla bocca di tutti. Se qualcuno mi chiede che cosa ne penso spesso mi ci vuole google per aggiornarmi.

Esempio, tutti questi meravigliosi festival ebraici: di cultura ebraica, musica ebraica, letteratura ebraica, vita ebraica, suppongo anche cucina ebraica (sennò per favore si provveda!), che pullulano da una quindicina di anni in Italia e in Europa in generale. Non che a noi israeliani facciano un baffo, noi che viviamo immersi in un festival ebraico collettivo e quotidiano: ma a guardare da qui, oltremare, sono difficili da valutare.

Soprattutto mi chiedo se siano più un modo per arricchire il mondo ebraico italiano (diasporico in generale), che si ritrova a quei festival come ai miei tempi ci si ritrovava ai raduni e convegni della FGEI – tanta voglia di stare insieme, e se poi si impara anche qualcosa, en passant, ben venga. O se siano pensati per portare al mondo intorno la crème della crème della cultura, letteratura, ecc ebraica, e mostrarsi al meglio nell’interazione con il pubblico non ebraico, anche a costo di rischiare l’effetto ebrei da vetrina.

Ecco, questa è una delle situazioni nelle quali il mio giudizio di ebrea ex-diasporica tentenna. Qui in Israele si tende (forse troppo) al machismo culturale, cosa che nell’ebraismo diasporico nemmeno si pone. E’ una delle libertà tangibili del vivere qui invece che lì: non aver più nessuno da interessare, per necessità o per convenienza, alla nostra millenaria cultura, letteratura, cucina, musica eccetera. Le viviamo e basta, e chi vuole è benvenuto a viverle con noi.

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Pubblicato in http://moked.it/unione_informa/130826/130826.html

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