Felicemente dimentica delle guerre in preparazione, nei due giorni di Rosh HaShanah e poi Shabbat mi trovavo nelle sante altitudini di Gerusalemme. Come ogni anno, le celebrazioni del nuovo anno ebraico prevedono la divisione del tempo in tre terzi equivalenti: funzioni al tempio, pranzi e cene supersociali e piacevolmente interminabili, e sonno ristoratore ovvero sonno di difesa, ove l’alternativa sarebbe mangiare ancora, e non è proprio possibile.

Nel pomeriggio del primo giorno di festa, usa andare in riva a un corso d’acqua dove ci siano pesci, e recitare una preghiera con la quale si gettano idealmente tutti i peccati dell’anno passato nel fiume o ruscello che sia, perchè i pesci o la corrente se li portino via fino al mare, dove si disperdono ed annullano. E per chi non lo sapesse, a Gerusalemme l’acqua è merce rara. Salvo le fontane a riciclo, che non valgono perchè appunto, l’acqua non va da nessuna parte e di certo non al mare, sono pochi i punti in cui si può uscire d’obbligo con il Tashlich.

Uno è il laghetto del Giardino Botanico, che ogni anno diventa luogo di intenso passaggio e breve sosta di una varia umanità ebraica: dal chassid vestito di nero che più nero non si può, al portatore di kippah colorata fatta all’uncinetto e camicia bianca che legge la sua brava preghiera guardando l’acqua e va via tranquillo, mentre gli altri continuano a ballare e cantare in circoli strettamente maschili. I pesci intanto ingrassano, perchè i bambini gettano loro pane e biscotti veri. E fino a sera, l’accesso al Giardino Botanico sembra un’autostrada in miniatura: un flusso continuo in entrata e in uscita, compresi tamponamenti fra passeggini e imbottigliamenti.

Meraviglie di Gerusalemme, dove quando si riesce a fare una cosa tutti insieme fra ebrei vestiti in maniere diverse, senza tensioni, è una vera delizia.

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Pubblicato lunedì scorso su: http://moked.it/unione_informa/130909/130909.html

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