E’ cosa nota che l’israeliano veste in modo molto meno elegante di qualsiasi europeo. Che negli uffici le giacche si contano sulle dita di una mano e di cravatte semplicemente non c’è traccia. Per le donne c’è più spazio a vestiti e gonnelline, ma i miei tailleur italiani giacciono nell’armadio e ne escono di rado e di norma come spezzati, che tutto insieme un tailleur in Israele fa troppo effetto: ti chiedono subito se vai a un matrimonio.

Appunto, i matrimoni. Mi sono appena arrivati due inviti. Sul primo, molto israeliano, c’è scritto in basso, con modestia naturale: “Vi consigliamo un abbigliamento caldo”. E’ un matrimonio di sera, sulle colline di Gerusalemme. Gentili a ricordarmelo, a me che vivo nella pianura calda e umida. Il messaggio è chiaro: farà fresco, portatevi giacca o pashmina, senò batterete i denti. Nulla fa presupporre invece che io mi debba vestire elegante; ma da europea, sarò impeccabile ed in lungo. Noblesse oblige.

Sull’altro invito, le indicazioni sul vestiario occupano un intero cartoncino, con precisa descrizione del livello di eleganza (lungo da giorno per le signore, vestito grigio con panciotto per i gentlemen!) e perfino uno schizzo della resa, davvero elegante, del tre pezzi maschile. Eh, ma che esagerazione, vien da dire. Poi mi ricordo di aver sentito racconti dell’orrore di israeliani che si sono presentati a matrimoni di europei in Crocs (sì, le scarpe di plastica colorata che vanno bene per andare in spiaggia e anche lì non tutti le metterebbero). Si vede che i futuri sposi hanno sentito gli stessi racconti e hanno deciso di non rischiare.

Forse saremo davvero israeliani il giorno che andremo anche noi nuovi immigrati in gonna jeans e infradito ad un matrimonio. Nell’attesa, io continuo prudentemente con il lungo.

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Uscito in “Pagine Ebraiche 24” del 30 settembre 2013 – http://moked.it/unione_informa/130930/130930.html